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Ue: perché si parla solo di quello che non va?
La notizia vera sarebbe che sta finendo il primo decennio del terzo millennio. Ma non c’è tempo – né voglia, forse – di occuparsene come la circostanza non soltanto simbolica richiederebbe e meriterebbe. Del resto, pare un attimo dalla notte del 31 Dicembre 1999. Invece sono passati dieci anni: di conflitti, di petrolio tira molla, di pandemie (vere o artefatte), di cambiamenti climatici, di comportamenti politici poco edificanti, di crisi finanziarie…Probabilmente non ci siamo accorti del tempo che è passato perché in sostanza non è cambiato nulla o quasi. O quantomeno si continua ad indossare il bruttissimo costume di parlare esclusivamente di quello che non va, facendo passare sotto silenzio quanto di buono – molto, per fortuna – il mondo ancora offre ai suoi abitanti e viceversa.Nel suo piccolo (potenzialmente grande), qualcosa di buono l’Unione Europea è riuscita a farlo. E, come per coincidenza, proprio al termine di quasi un decennio di sforzi e a cavallo del nuovo anno. L’adozione recente del Trattato di Lisbona non è affare da poco, soprattutto se si pensa che oramai di riforme istituzionali se ne riparlerà, forse, tra un altro decennio, e che quindi le regole del gioco sono stabilite. Per continuare con la metafora, è ora il gioco stesso che dopo Lisbona assume caratteri meglio definiti. E di ciò non possiamo non compiacerci.Le cariche, le poltrone e le persone che le rivestono o vi ci siedono passano. Chi resta sono le Istituzioni e soprattutto i loro poteri e le loro competenze. Ragion per cui, il bilancio 2009 dell’Unione Europea (e la sua proiezione futura) si chiude senz’altro in attivo se si considerano le due novità maggiormente significative introdotte nell’architettura comunitaria. La prima, più tangibile nel senso di immediatamente percettibile sia dagli addetti ai lavori sia dall’opinione pubblica, riguarda il mandato di Presidente del Consiglio Europeo; accanto alle effimere Presidenze semestrali di turno – Leviatani burocratici che limitano al minimo le capacità negoziali e diplomatiche dei Governi nonché l’azione stessa di Bruxelles ma che nonostante tutto continueranno a condurre i lavori dei Consigli dei Ministri tematici – il cosiddetto Presidente dell’Unione Europea può ora garantire, abilità personali e di squadra permettendo, quell’indirizzo politico che è di fatto mancato a Bruxelles per cinquant’anni e che ha penalizzato troppe volte tanto le Comunità quanto chi da un intervento comunitario in Europa o altrove avrebbe potuto e dovuto trarre giovamento. La seconda svolta epocale riguarda l’assunzione da parte dell’Europarlamento di un ruolo pressoché paritario (paradossalmente per una volta nella sostanza più che nella forma) rispetto a Consiglio e Commissione. La codecisione smette i panni della pantomima istituzionale per assurgere a vero e proprio fondamento del divenire europeo. I Parlamentari di Strasburgo (se ne sono tutti resi conto?) contano ormai più dei loro Colleghi nazionali, se è vero come è vero che ormai i tre quarti della normazione all’interno degli Stati membri altro non sono se non la trasposizione negli ordinamenti interni di leggi proposte, dibattute ed approvate in Europa. Anche noi cittadini – ai quali teoria politica vuole i Deputati debbono rendere conto – faremmo bene ad accorgercene. E ad esigere qualità del processo decisionale ed efficacia delle misure adottate.Cosa bolle nella pentola europea per il 2010? Due sono le materie che monopolizzeranno o quasi l’impegno delle Presidenze spagnola e belga nel 2010: la riforma della politica agricola comune e la riforma della politica regionale e di coesione (quest’ultima ormai invisa nella sua forma attuale alla stessa Commissione che la propose pochi anni orsono). Ambiti delicati che interessano direttamente la quotidianità di decine di milioni di cittadini, e che per questo costituiscono un serio banco di prova per le “nuove” Istituzioni. Infine, e soprattutto, si attende la traduzione in fatti delle parole di Lisbona. Se historia magistra vitae, non sarà un compito facile. Ma ora le basi sono state poste, indietro non si torna.