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Quando “una sola voce”?

L’Unione europea per la pace e lo sviluppo nel mondo

È una vecchia storia. L’Unione Europea si rinnova, cambia facce ed abiti, regole e obiettivi, politiche e strutture. In tutti i settori ed in ogni direzione. Ora precorrendo i tempi, ora con ritardi più o meno voluti ed a volte rischiosi per la sua stessa ragione d’essere. E forse è normale che sia così, nel bene e nel male sempre di “politica” si tratta. Persiste tuttavia un’eccezione all’evolversi comunitario, talmente evidente e preoccupante da non poter passare inosservata: l’incapacità cronica di Bruxelles di esprimersi con una sola voce sui temi relativi alla pace ed allo sviluppo mondiale. È un “vulnus” che va ricercato più a monte, dal momento che tale poliglossia trae inevitabilmente origine dall’incapacità di mettersi d’accordo. E probabilmente altresì da una scelta ponderata da parte dei Governi dei Ventisette, quantomeno della loro maggior parte, che vede prevalere ancor’oggi gli interessi economici (ma non solo) dei singoli Stati rispetto al pensare ed agire europeo, a discapito soprattutto degli interessi di coloro i quali (milioni, se non ormai miliardi di persone) della latitanza di pace e sviluppo sono quotidiane vittime.Il recente passato è prodigo di esempi. L’ex-Jugoslavia, la guerra del Golfo, il genocidio in Rwanda. In comune solo indecisionismo, mai una posizione. Il presente non è, purtroppo, da meno: l’Afghanistan, Al-Qaeda, la labile difesa dei diritti umani. Per non parlare della questione palestinese, ormai da mezzo secolo banco di una prova puntualmente fallita in materia di risoluzione dei conflitti, e della lotta alla povertà in ogni angolo del pianeta. “One man one vote”, si diceva agli albori della democrazia occidentale; “one Government one voice”, verrebbe da dire. E domani? E dopodomani? È un chiaroscuro di posizioni, in bilico tra parole indiscutibilmente sempre più decise e fatti altrettanto indiscutibilmente ancor troppo leggeri. Con la bomba ad orologeria che si chiama Iran, con il sottosviluppo che non diviene sviluppo, con la demografia che scoppia, con l’immigrazione incontrollata, con la fame e la miseria che invece di diminuire aumentano, con i diritti umani che sono calpestati molto più di quanto si possa immaginare. Con il mondo che – per attraversare il guado – ha bisogno proprio dell’Europa unificata che stenta ad unirsi.Nonostante tutto, la speranza di porre fine alla Babele europea sulla scena internazionale è viva più che mai. Ed è tanto concreta quanto la consapevolezza dell’UE della necessità di cambiare rotta. Anche se, da un lato, le diplomazie degli Stati membri “uti singuli” sono ben organizzate, consolidate, a volte addirittura “schierate” (nelle relazioni, nel tipo di sostegno sia governativo sia umanitario, nelle priorità geopolitiche), dall’altro la svolta impressa dal Trattato di Lisbona è di quelle che lasciano il segno. Un Presidente, un “Ministro degli Esteri”, un corpo diplomatico. Per quanto sostanzialmente ancora collegiali e con l’orecchio sempre ben teso ad ascoltare messaggi e mandati che provengono dalle Capitali, le nuove Istituzioni dell’Unione sono ormai vincolate al perseguimento della posizione comune, al compromesso al rialzo e non più al ribasso, all’interesse globale e non di bandiera. Una tale ottica ha bisogno del sostegno di politiche inclusive, condivise, volte a migliorare e non a peggiorare la condizione del pianeta.L’Europa fallirà – e con lei probabilmente le speranze di chi soffre – se non sarà in grado di abbandonare il desueto abito del “divide et impera” a favore della strategia opposta: unire e cooperare. Il primo passo in questa direzione forse consiste proprio nell’adottare (come sperimentato con successo in ambito commerciale) una sola voce per la pace, la libertà, lo sviluppo sostenibile e la tutela della dignità umana. Siamo fiduciosi.