TERRA SANTA

Un muro e tre strade

Conclusa la visita del Coordinamento dei vescovi Usa e Ue

Si è svolta a Gerusalemme dal 10 al 14 gennaio, la visita del Coordinamento dei vescovi Usa e Ue per la Terra Santa, iniziativa che dal 1998, si svolge ogni anno in gennaio, su mandato della Santa Sede, con l’organizzazione della Conferenza episcopale di Inghilterra e Galles e dell’Assemblea dei vescovi cattolici della Terra Santa, Holy Land Co-ordination (Hlc). In questi giorni i partecipanti hanno potuto ascoltare le testimonianze del patriarca latino di Gerusalemme, Fouad Twal, del nunzio apostolico, mons. Antonio Franco, e di altri rappresentanti di organismi cattolici che operano nel territorio a favore dei palestinesi, non solo cristiani. I presuli europei e nordamericani hanno anche fatto visita a diverse parrocchie locali e all’università cattolica di Betlemme. I lavori si sono chiusi con un documento finale (cfr www.ccee.ch) siglato da tutti i delegati presenti, tra i quali anche il segretario generale del Ccee, padre Duarte da Cunha. SIR Europa ha raccolto le dichiarazioni di alcuni vescovi presenti.Una speranza fragile. “Quando ci si trova davanti ad un muro, che separa affetti e vincoli, che tramortisce la vita di tutti giorni, anche nelle sue azioni più semplici e di routine, come andare a scuola, a lavoro, dal medico, a fare spesa, viene da chiedersi, quale futuro potrà mai esserci per la Terra Santa e per la popolazione palestinese in particolare”, dichiara mons. Peter Bürcher, capodelegazione della Conferenza episcopale dei Paesi nordici. “La speranza, tuttavia, c’è ma è fragile e passa attraverso l’impegno di tante organizzazioni e di tante persone che credono che la pace è possibile”. In questo ambito “la chiesa locale ha sempre testimoniato la speranza in un futuro di pace nel rispetto della giustizia e del diritto”. Mons. Bürcher individua in tre punti l’aiuto che le Chiese europee possono dare alle loro “sorelle di Terra Santa, ovvero “vicinanza spirituale, aiuto materiale e informazione corretta sulla situazione in atto”. “Innanzitutto – spiega il presule – è urgente esprimere ai cristiani locali, ai loro pastori e presbiteri, vicinanza spirituale nella preghiera cui deve seguire una solidarietà concreta che non è solo contribuire alle loro necessità economiche, ma anche promuovere progetti di aiuto e favorire i pellegrinaggi. Non meno importante è poi la pressione sui nostri Governi affinché siano consapevoli di ciò che accade qui. Fondamentale è dare una corretta informazione”. L’incontro dopo lo scontro. “Qui ci sono tre mondi, quello musulmano, quello ebraico e quello cristiano che è molto difficile far incontrare. Ed un mondo in cui la gente non può venirsi incontro è di per sé già espressione di violenza. Tuttavia ci sono delle strade su cui ci si può incontrare, una è quella della giustizia”. Per mons. Michel Dubost, vescovo della diocesi francese di Evry, l’incontro, dopo lo scontro, deve avvenire nel campo della giustizia e del rispetto del diritto. “Basta vedere ciò che ha provocato la barriera israeliana per rendersi conto della necessità di reclamare giustizia. Sono convinto che a Gerusalemme non tutti sanno del muro o sono consapevoli e delle conseguenze che ha sulla vita della popolazione palestinese. Per rendere il giusto servizio alla causa della pace e quindi dei popoli in lotta, è necessario informare, raccontare i fatti, organizzare, nei nostri Paesi, incontri sulla situazione in Terra Santa, creare opinione. Andare avanti così non è possibile, ci si schianta contro un muro. Ma in Europa lo abbiamo abbattuto. Lo stesso può accadere qui con un supplemento di creatività, di immaginazione e fantasia. Sono sicuro che tutti, qui, vogliono la pace”.“Una grande dignità”. “Una esperienza straordinariamente efficace ed utile”. Così mons. Riccardo Fontana, arcivescovo-vescovo di Arezzo-Cortona-Sansepolcro, traccia un bilancio della sua partecipazione alla visita in Terra Santa con il Coordinamento dei vescovi Usa e Ue, la prima di un presule italiano dopo 10 anni. “Sono rimasto colpito dalla dignità dei cristiani locali, visibile anche in chi li guida, patriarca e clero. Come vescovi abbiamo scelto di ragionare di chiesa e non di politica. La volontà è quella di rendersi conto delle difficoltà che hanno queste comunità che sono vittime di storie più grandi, che ogni sera, quando tornano a casa stanche, devono chiedere permesso misurandosi con una occupazione che non dipende da loro, con un terrorismo che non dipende da loro. E nonostante ciò, sentire i cristiani di Terra Santa ragionare in termini di perdono e amore anche verso chi li fa soffrire colpisce profondamente”. “Sia Israele che i musulmani hanno bisogno della Chiesa – afferma mons. Fontana citando il viceministro degli Esteri israeliano, Danny Ayalon, incontrato il 12 gennaio – che è portatrice della cultura del perdono e della pratica della carità. Senza i cristiani non ci sarà convivenza in Terra Santa. Ecco perché è importante che non emigrino. Il mio impegno sarà quello di far conoscere all’episcopato italiano questa esperienza straordinariamente efficace ed utile”.