Per tornare a crescere

SETTIMANA SOCIALE

Affrontare e approfondire la problematica della preparazione al lavoro dei giovani, con particolare attenzione alla formazione professionale, destinata a ragazzi e ragazze con potenzialità, ma che faticano a stare sui banchi. Questo l’obiettivo del seminario “L’impegno delle istituzioni per la valorizzazione delle risorse giovanili nella formazione e nel lavoro”, che si è tenuto il 26 gennaio a Roma. Promosso dall’Associazione nazionale enti di formazione professionale (Forma) insieme al Comitato scientifico e organizzatore delle Settimane Sociali dei cattolici italiani e organizzato dal Centro italiano opere femminili salesiane (Ciofs-Fp), l’appuntamento costituisce una delle tappe di avvicinamento alla 46a Settimana Sociale (Reggio Calabria, 14-17 ottobre 2010).

Una visione integrale. Recuperare “una visione integrale del lavoro”, superando la “dimensione economicista”, è l’invito giunto in apertura dal presidente del Comitato scientifico e organizzatore delle Settimane Sociali, mons. Arrigo Miglio. “L’impegno comune per una visione integrale del lavoro, visto come la strada maestra attraverso cui l’uomo e la donna sviluppano le loro potenzialità, è uno dei punti fondamentali della dottrina sociale della Chiesa”, ha ribadito mons. Miglio. È anche un compito specifico dei cattolici “per evitare il rischio che tutto venga ricondotto soltanto a una prospettiva economicista”. Il vescovo ha poi evidenziato come oggi in Italia sia “largamente carente la qualità media e la quantità complessiva delle opportunità di formazione e di ricerca”: un limite che si ripercuote in particolare su “giovani istruiti e inviati alla ricerca”, che “faticano a esprimersi nella nostra società e a contribuire al bene comune”.

Il lavoro ben fatto. Di “dignità del lavoro” che porta a un “lavoro ben fatto” ha parlato suor Alessandra Smerilli, docente alla Pontificia Facoltà di scienze dell’educazione “Auxilium” e membro del Comitato organizzatore delle Settimane Sociali, citando Primo Levi: nel campo di concentramento di Auschwitz “il muratore di Fossoli (…) detestava la Germania, i tedeschi, il loro cibo, la loro parlata, la loro guerra; ma quando lo misero a tirate su muri di protezione contro le bombe, li faceva dritti, solidi, con mattoni bene intrecciati e con tutta la calcina che ci voleva; non per ossequio agli ordini ma per dignità professionale”. Ecco, ha aggiunto la docente, “la formazione professionale non prepara solo ad occupare un posto, ma provvede a una vera e propria educazione al lavoro”, e questo è “ciò che oggi manca di più all’Italia per tornare a crescere”. “Il lavoro va costruito, talora creato – ha aggiunto il segretario del Comitato, Edoardo Patriarca – ripensandolo come vocazione”. Da parte sua, il vicepresidente di Forma, Mario Tonini, ha espresso “meraviglia” in riferimento alle notizie di cronaca sul “riordino dell’apprendistato”, poiché tale proposta “è stata avanzata senza considerare i “percorsi sperimentali triennali di istruzione e formazione professionale”, progetti che hanno ottenuto “buoni risultati nel prevenire la dispersione scolastica”.

Differenti capacità. “Realizzare un percorso di apprendimento secondo le proprie capacità” è il segreto del “successo formativo”, secondo Franco Venturella, dirigente dell’Ufficio scolastico provinciale di Padova: non dunque formule uguali per tutti, ma attenzione a ciascun ragazzo e ragazza affinché possano essere “soggetti attivi di una cittadinanza consapevole”. Sulla stessa linea Claudio Gentili, direttore della rivista scientifica “La Società” e direttore Education di Confindustria, che ha esortato a “differenziare, personalizzare, adeguare l’offerta formativa alle esigenze dei giovani”. D’altra parte, ha aggiunto Gentili, “l’Italia deve affrontare il fenomeno della dispersione, ma anche quello di un calo della qualità”, come dimostra l’incremento dei debiti formativi.

La posta in gioco. Oggi, tuttavia, il dibattito sulla formazione si gioca senza tener presenti gli effettivi destinatari. “Gli interessi in gioco non sono quelli dello studente”, ha denunciato Michele Pellerey, docente all’Università Pontificia Salesiana, e “i giovani rischiano di diventare fannulloni perché il sistema d’istruzione non li porta ad essere appieno cittadini-lavoratori”, ha rimarcato Giulio Salerno (Università di Macerata) chiedendo una “stabilità” a livello istituzionale. “I percorsi tipici della formazione professionale – ha aggiunto Pellerey – aiutano il soggetto ad acquisire competenza non in astratto, ma concretamente, con un dialogo continuo tra il centro di formazione e il mondo che lo circonda”. Peccato che, ha rilevato Claudia Donati del Censis, tra Regione e Regione ci siano “diversi stadi di sviluppo”: in alcune si parla di poli formativi per la formazione professionale, in altre ai poli si aggiungono Istituti per la formazione tecnico-scientifica, altre ancora non hanno nulla. Mentre non è ancora decollata l’istruzione tecnica superiore, necessaria “per dare senso a tutta la formazione professionale” accompagnando i giovani dal conseguimento della qualifica al posto di lavoro.

(27 gennaio 2010)