BENEDETTO XVI
La Chiesa, la povertà e l’esclusione sociale
Non ha le gambe, non ha le mani, il Cristo crocifisso che gli ospiti dell’ostello della Caritas donano al Papa in occasione della sua visita alla struttura della Stazione Termini, intitolata a don Luigi Di Liegro. Viene dalla chiesa di San Pietro di Onna, uno dei centri più colpiti dal terremoto dell’aprile dello scorso anno. Ma in un certo senso è l’immagine di questa visita di Benedetto XVI. E lo spiega Giovanna Contaldo, “memoria lunga” dell’ostello, rivolgendo il saluto al Papa, dopo le parole del cardinale Agostino Vallini, e dell’amministratore delegato delle Ferrovie dello Stato, Mauro Moretti: quel Cristo ha visto la chiesa di Onna “cadere sotto la furia del terremoto e ha rinnovato l’offerta di se stesso come progetto di riscatto, come certezza di rinascita. Su quella Croce, spezzata dal terremoto, c’è il dolore di noi che abitiamo l’Ostello, della gente d’Abruzzo, dei piccoli di Haiti, lo straziante martirio dei padri e delle madri che nella morte dei loro figli rinnovano ogni volta il dolore di Maria. Un dolore inspiegabile, lancinante, ma non disperato. La Croce che le doniamo restaurata, non è, quindi, l’immagine della sofferenza ma l’attesa dell’alba e del riscatto”.
Dolore ma anche speranza, dunque; ed è sempre Giovanna Contaldo a sottolinearlo al Papa: “Se dovesse, nel viaggio di ritorno, poter portare con lei una cosa soltanto, porti, la prego, la speranza”.
Gli ospiti sono persone ferite nella vita; ferite che in alcuni casi sono ancora doloranti. Ferite di chi ha perso tutto, un gregge “così smarrito, così insufficiente, così inadeguato”. In 800 mila hanno avuto bisogno di essere assistiti nel poliambulatorio. Un milione 200 mila, le persone che sono passate nell’ostello per sostarvi un giorno, un mese o diversi anni come Giovanna.
Visita i locali, papa Benedetto; si ferma a parlare con la mamma di una bambina che, a giorni, sarà sottoposta a un intervento al c uore. Stringe mani, mentre con gli occhi sembra cercare ogni volto, ogni sguardo. “La Chiesa vi ama profondamente e non vi abbandona”. Nei volti degli ospiti dell’ostello la Chiesa riconosce il volto di Cristo, che “ha voluto identificarsi in maniera del tutto particolare con coloro che si trovano nella povertà e nell’indigenza”.
Parole che si richiamano alle letture di questa quinta domenica del tempo ordinario, con il racconto di Cristo che discende dalla montagna verso un luogo pianeggiante, come scrive Luca. Discende verso l’uomo, lo raggiunge e lo consola nei molti luoghi delle nostre povertà, delle nostre mancanze, delle nostre afflizioni. Così la visita al centro Caritas sottolinea questo andare verso l’uomo che, dice il Papa, “non ha soltanto bisogno di essere nutrito materialmente o aiutato a superare i momenti di difficoltà, ma ha anche la necessità di sapere chi egli sia e di conoscere la verità su se stesso, sulla sua dignità”.
Una verità che la Chiesa, con il suo servizio ai poveri, è impegnata ad annunciare: l’uomo è amato da Dio e creato a sua immagine. “Tante persone hanno potuto così riscoprire, e tuttora riscoprono, la propria dignità, smarrita a volte per tragici eventi, e ritrovano fiducia in se stessi e speranza nell’avvenire”. Una speranza, afferma ancora Benedetto XVI, “forte, solida, luminosa, una speranza che dona il coraggio di proseguire nel cammino della vita nonostante i fallimenti, le difficoltà e le prove che la accompagnano”.
È possibile costruire un futuro degno dell’uomo, afferma ancora papa Benedetto rivolgendosi non solo ai cattolici ma anche a quanti hanno responsabilità nella pubblica amministrazione e nelle diverse istituzioni; è possibile se si riscopre la carità come forza propulsiva “per un autentico sviluppo e per la realizzazione di una società più giusta e fraterna”. Riscoprire, dunque, le dimensioni del dono e della gratuità per “promuovere una pacifica convivenza che aiuti gli uomini a riconoscersi membri dell’unica famiglia umana”. Tutto questo “diventa giorno dopo giorno sempre più urgente in un mondo nel quale, invece, sembra prevalere la logica del profitto e della ricerca del proprio interesse”.
Poi c’è il messaggio ai volontari, perché lavorare nel centro Caritas è “un’autentica scuola in cui si impara ad essere costruttori della civiltà dell’amore, capaci di accogliere l’altro nella sua unicità e differenza”. Nello stesso tempo è luogo dove la comunità cristiana “collabora utilmente con le istituzioni civili per la promozione del bene comune”.
Ricorda a tutti il Papa che “Gesù non propone una rivoluzione di tipo sociale e politico, ma quella dell’amore, che ha già realizzato con la sua Croce e la sua Risurrezione”. È questo l’orizzonte di giustizia, la speranza che non delude.
Fabio Zavattaro