SUD E NORD

Se frana un pezzo

Unità d’Italia: responsabilità inscindibile

Sin dalla nascita della Repubblica, il Mezzogiorno vive un deficit di partecipazione politica, perché in larga parte escluso da quegli eventi di mobilitazione collettiva che avevano interessato il resto del Paese. Il Sud non partecipa alla lotta di liberazione, è liberato dagli Alleati e partecipa alla nascente democrazia attraverso il canale familistico-clientelare. Il Sud è solo marginalmente toccato dal processo di industrializzazione e salta a piè pari il potenziale solidaristico che, in altre parti dell’Italia, segue alla nascita del movimento operaio. La società meridionale è caratterizzata dall’affermazione di un’etica del consumo cui corrisponde una debole etica della produzione.
In un contesto in cui debole è la fidelizzazione ad uno Stato che rimane lontano (seppur nel passaggio dalla concezione dello Stato solo ostile a quella dello stato protettore – assistenziale) il sistema politico meridionale entra nella modernità senza stabili ancoraggi a quelle realtà solidali che altrove avevano accompagnato la nascita della Repubblica e la modernizzazione del Paese. L’associazionismo sociale è poco sviluppato ed in gran parte è di diretta emanazione partitica. Il sindacato si presenta più con il volto di agenzia distributiva di sussidi che non come realtà di autopromozione solidale dei diritti dei lavoratori. L’associazionismo religioso è privo di quella eccellente rete di strutture che innervavano la religiosità parrocchiale delle aree della subcultura bianca. Non sorprende allora che sia i partiti sia le pubbliche amministrazioni diventino lo spazio di competizione e di carriera per taluni e gli interlocutori da manipolare per gran parte degli altri. Il tutto in un contesto fortemente inquinato dai poteri mafioso-delinquenziali.
Il Nord Italia ha posto con forza una propria "questione" ed è stato in grado di comporre gran parte di questa in un nuovo soggetto politico, esito del confluire di domande regionali in un unico collettore che, a modo suo, è stato capace di darsi un’identità forte, di disegnarsi uno spazio territoriale e storico autonomo e di porre le questioni regionali come questioni di interesse nazionale condizionanti il complesso del sistema politico. Il fenomeno delle Leghe parte dal basso intercettando quella parte di società orfana dei vecchi partiti di integrazione di massa e che cerca una rappresentanza ricompositiva di elementi della tradizione e di elementi della più avanzata modernità.
Se si osserva la più recente storia del Mezzogiorno è possibile affermare l’esistenza di una democrazia bloccata, fortemente dipendente dai centri del quadro partitico nazionale, talvolta capace di tentare originali percorsi politici ma mai capace di renderli interlocutori attivi e continuativi della politica nazionale. Si pensi, nel caso calabrese, alla rivolta di Reggio Calabria del 1970, quando vi è un’esplosione partecipativa i cui effetti, realisticamente parlando, non superano i confini dell’ambito urbano e si producono nell’incapacità di stabilire solide alleanze e continuità temporale. Anche l’attesa di legare virtuosamente la diffusa personalizzazione della politica meridionale con la nuova stagione dei sindaci, direttamente eletti dalla popolazione, si sono rivelate quali forme di transizione non compiuta, più dipendenti dalla resistenza del carisma del singolo uomo politico (e dalla sua abilità nel drenare risorse) che non da una vera e propria crescita di reti solidali capaci di interpretare interessi e valori in rapido mutamento.
La questione che si presenta con forza è la distanza che esiste fra apparenza e sostanza. La manipolazione delle istituzioni apparentemente lascia intatta e legittimata la funzione che esse sono chiamate a svolgere, ma nella sostanza le indebolisce e le svuota del significato per cui sono nate. L’uso manipolatorio delle istituzioni è una forma occulta di dissenso che può avere origine in progetti criminali fortemente strutturati o può più banalmente essere l’esito di un atteggiamento di rifiuto conseguente ad una serie di esperienze che delegittimano le istituzioni. Il ritualismo e la manipolazione sono due facce della stessa medaglia. La debole credenza nella legittimità delle istituzioni ha sviluppato strategie adattive ben accette ai meccanismi di funzionamento dell’intero sistema politico ed è a quel livello che è da ascrivere la necessità di un vigoroso impegno che generi modelli di comportamento adeguati a regolare questa difficile fase di trasformazione sociale.
Lo sviluppo economico, sociale e politico calabrese ha seguito percorsi specifici. L’immagine stereotipata di un Sud a rimorchio di modelli elaborati altrove ed altrove in grado di analizzare i processi di trasformazione sociale, tende a complicare oggi ancora di più la capacità di leggere questa realtà entro un quadro generale nazionale ed internazionale peraltro fluido e costantemente cangiante. La questione di riconoscersi uniti seppur diversi, in un negoziato continuo, cui intervengono i differenti attori sociali pone oggi il Mezzogiorno in una condizione di ambivalenza. La questione settentrionale, se non correttamente intesa può rappresentare una spinta possente alla disunità e alla marginalizzazione del Mezzogiorno, ma nel contempo i processi di globalizzazione e l’arrivo del "diverso più diverso" (vedi i fatti di Rosarno) pongono il Sud in una condizione di maggiore prossimità al centro.
Antiche questioni si propongono oggi con un’impellenza tale da non poter più esser lette con vecchi strumenti o con la lente focalizzata su singole parti del globo. Non è allora fuori luogo riproporre qui un brano che Pasquale Villari scriveva all’alba della nascita dello Stato italiano: "Oggi il contadino che va a morire nell’Agro romano, o che soffre la fame nel suo paese, e il povero che vegeta nei tuguri di Napoli, possono dire a noi ed a voi: Dopo l’unità e la libertà d’Italia non avete più scampo; o voi riuscirete a rendere noi più civili, o noi riusciremo a render barbari voi".   Vincenzo Bova sociologo (Università di Cosenza)