Un nuovo inizio?

SETTIMANA SOCIALE

La crisi è un “crinale”, al di là del quale prendere coscienza “di come non possiamo abbandonare il mondo a se stesso”. Sta qui la ragione di un rinnovato impegno sociale della Chiesa secondo don Franco Appi, docente di morale sociale presso la Facoltà teologica dell’Emilia Romagna, che il SIR ha intervistato a tal proposito. Un impegno espresso dall’ultima enciclica di Benedetto XVI, ma anche dal moltiplicarsi degli interventi, su specifiche questioni, di esponenti ecclesiali, nonché dal cammino in preparazione alla prossima Settimana Sociale (Reggio Calabria, 14-17 ottobre 2010), entrato nel vivo in questi mesi.

C’è un rinnovato interesse dei cattolici verso le tematiche sociali?
“Sì: è un interesse dettato non solo dalla volontà di tornare ad avere voce in capitolo nelle vicende politiche, ma in una certa misura costituisce anche una reazione dettata dal disagio di fronte a come viene oggi amministrata la ‘cosa pubblica’. Vediamo arroganza, immiserimento e avvelenamento della politica: ai cattolici compete una presenza che sfugga alle sterili dinamiche di schieramento, che ci renda capaci di far fermentare la società e indirizzarla al bene comune, quel bene di ‘noi-tutti’ di cui parla la Caritas in veritate. Impegnarsi per il bene comune implica, secondo l’enciclica, ‘prendersi cura’ e ‘avvalersi’ delle strutture politiche: bisogna cominciare a farla, la politica. Più che al risveglio, siamo dunque a un nuovo inizio dell’impegno sociale dei cattolici”.

A fianco della “crisi” della politica, la riscoperta del sociale è anche una risposta alle gravi conseguenze della crisi economica…
“Certamente, ma la crisi economica fa seguito a una crisi politico-militare del 2001 e a una precedente crisi del pensiero, della cultura. Questo schiacciamento sul produrre e sul consumare ci ha impoveriti, tanto che le nostre speranze finiscono per essere fondate solo sulla dimensione quantitativa. Ora, questa crisi è troppo importante per lasciarla passare senza cambiare i criteri con cui conduciamo la nostra vita. L’idea della sobrietà, per esempio, va proposta non come rimedio a una scarsità di risorse materiali, ma perché richiama un maggior rispetto per l’essenza di ciò che noi siamo. Non dobbiamo più vivere per la massimizzazione del profitto: già nella Centesimus annus papa Wojtyla sottolineava come l’impresa non dovesse essere organizzata per l’ottimizzazione del profitto, mentre noi oggi abbiamo diretto tutta la società in quell’orizzonte”.

Spesso vengono messe in campo azioni concrete, come fondi di sostegno alle famiglie in crisi o iniziative di microcredito, che chiamano in causa la comunità ecclesiale. Qual è il significato, anche pastorale, di queste opere?
“C’è un legame con la tradizione della Chiesa, di cui la carità, assieme ai sacramenti e alla Parola, è caratteristica fondante. Deve però svilupparsi anche una coscienza che ci porti ad analizzare ciò che nella società non funziona, per capire come nascono questi problemi e come si deve intervenire sulle strutture. Ora, non tocca alla Chiesa intesa come gerarchia far progetti politici e istituzionali, ma certamente tocca ai credenti laici. Compito della Chiesa è formare questi laici, in modo che siano in grado di assumersi responsabilità nella vita politica e sociale. Soprattutto in questo tempo, nel quale vediamo che la nostra assenza diventa alibi per tanti altri”.

Bisogna riscoprire le scuole di formazione socio-politiche?
“Queste scuole vanno indubbiamente rilanciate, seppur ripensandole rispetto alle formulazioni originarie. Pensiamo a quanto hanno detto Benedetto XVI e il card. Bagnasco riguardo alla necessità della formazione alla politica. Penso che si debbano strutturare come laboratori, aperti al dibattito. D’altronde, la politica si fa con il dibattito”.

Quale ruolo può avere il laicato cattolico rispetto a una rinnovata attenzione e un “rilancio” della dottrina sociale della Chiesa?
“Il laicato cattolico deve assumere la consapevolezza che ha diritto di parola. Servono persone con un pensiero autonomo, capaci di progettare… I laici non devono ridursi a ripetere ciò che il magistero ha detto, ma da esso devono partire per argomentazioni culturali e progettazioni sociali e politiche”.

Si parla di globalizzazione, ma c’è anche una necessità sempre crescente di prestare attenzione al locale. C’è una riflessione nuova della Chiesa sul rapporto tra territorio e globalizzazione?
“Da una parte la Chiesa ha maturato l’idea della sobrietà per la redistribuzione delle risorse; dall’altra quella dell’accoglienza, poiché uno degli aspetti più significativi della globalizzazione riguarda le migrazioni. Nella Caritas in veritate viene trattata la globalizzazione non solo come momento di crisi, ma anche come grande opportunità. Non si può andare contro la storia, ma bisogna impostare diversamente i rapporti, innanzitutto con un riequilibrio che rispetti i diritti di tutti i popoli e di tutti gli uomini. E poi, ricordiamoci che ci sono responsabilità legate all’amministrazione del territorio: alla libera iniziativa delle imprese vanno affiancate politiche economiche e per la creazione delle infrastrutture necessarie”.

(24 febbraio 2010)