AFRICA E MIGRAZIONI

Bisogna fare uno sforzo

Anche in Italia più conoscenza reciproca e meno paura

Africani in Italia, italiani d’Africa, gente che viene, gente che va. Si è concluso il 26 febbraio a Praia, capitale di Capo Verde, l’arcipelago al largo delle coste del Senegal, il seminario di studi organizzato dal Dossier statistico immigrazione Caritas/Migrantes. Una settimana di analisi, riflessioni, dibattiti sui diversi aspetti delle migrazioni africane, con una cinquantina di esperti italiani e africani.

Un fenomeno ineluttabile. Le migrazioni sono "un fenomeno mondiale oltre il tempo e le frontiere che non si può fermare ma si può gestire", soprattutto con "accordi bilaterali" tra Paesi di origine e di destinazione che consentano "emigrazione legale, definitiva o a tempo". Lo ha detto Pedro Pires, presidente della Repubblica di Capo Verde, ricevendo il 24 febbraio nel palazzo presidenziale di Praia una delegazione dell’équipe del Dossier immigrazione Caritas/Migrantes, guidata da mons. Enrico Feroci, direttore della Caritas di Roma e membro di presidenza del Dossier. Capo Verde – Paese di emigrazione verso Europa e Usa e di immigrazione da molti Paesi africani (Senegal, Guinea Bissau, Nigeria, Gambia, Ghana) – ha allacciato accordi con Portogallo, Spagna, Francia, Olanda. "Ora stiamo discutendo con la Germania – ha annunciato –, speriamo di poter parlare anche con l’Italia e l’Unione europea". Anche perché, ha concluso, "bisogna fare uno sforzo per conoscerci e dialogare, altrimenti si fomenta la diffidenza e la paura dell’altro. Non credo che la separazione e i rapporti conflittuali potranno regolare i problemi del mondo".

Rosarno, nulla è cambiato. "Il 95% del migliaio di africani coinvolti nei fatti di Rosarno hanno il permesso di soggiorno. Circa 400/500 sono tornati a Rosarno per lavorare, e vivono nelle campagne in case abusive messe a disposizione dai ‘datori di lavoro’. Quanto successo non è servito a nulla". Lo racconta al SIR Francesco Vizza, avvocato che presta servizio al Centro di prima accoglienza di Crotone (Cie), una delle strutture dove sono stati trasferiti i migranti africani nei giorni della guerriglia urbana nella cittadina calabrese (7-8 gennaio). In quei giorni furono trasferiti 428 africani nel Cie di Crotone, 400 al Cie di Bari, 300 hanno lasciato Rosarno utilizzando treni ordinari diretti al Nord. "Abbiamo esaminato tutte le situazioni personali – ricorda Vizza –: la maggior parte era in regola con il permesso di soggiorno. Quello che è successo non ha risolto nulla. Gli africani hanno bisogno di lavorare e devono ancora riscuotere gli stipendi non pagati, perciò la metà è già tornata nelle campagne di Gioia Tauro e Rosarno. I calabresi e la ‘ndrangheta non possono farne a meno perché in questo periodo hanno bisogno di manodopera per la raccolta degli agrumi". "Gli altri africani che lavoravano a Rosarno – prosegue Vizza – sono in giro per l’Italia, solo una quarantina sono ancora nei centri. Nessuno è tornato in Africa, anche perché non sono stati organizzati rimpatri". "Ora il clima è tranquillo – dice –, ma restano macerie materiali, morali, culturali e politiche. Rosarno resterà una grave ferita per la Calabria e per l’Italia". "Temo che quanto accaduto – conclude – possa ripetersi in altri posti e forse con conseguenze ancora più devastanti, se non si affronterà in modo tempestivo e serio il problema dell’accoglienza degli immigrati, rifuggendo dall’idea che possa essere risolto con le espulsioni di massa".

La Piana di Metaponto e Sibari. Nell’Italia del Sud sono tante le realtà di sfruttamento degli immigrati africani che rischiano di esplodere come Rosarno, se non ben gestite con interventi seri. Tra Calabria e Basilicata (tra Cosenza e Matera), sono circa 3.500 gli immigrati che vivono e lavorano come braccianti agricoli nella Piana di Metaponto e Sibari. Gli africani sono il 15-20%, soprattutto marocchini e tunisini. In agricoltura 1 lavoratore su 10 è straniero. "Per far fronte alla crisi del settore agricolo – spiega Rocco Di Santo, dell’équipe del Dossier immigrazione – i titolari delle aziende ricorrono spesso a forme di sfruttamento, facendo lavorare i braccianti stranieri 8-10 ore al giorno per 20-30 euro al giorno. L’immigrato vive in condizioni di povertà estrema, in assenza di diritti, precarie condizioni igienico-sanitarie. Dopo i fatti di Rosarno, spiega Di Santo, "nel Metapontino sono state intensificate le ispezioni per far fronte al fenomeno del ‘caporalato’ e del lavoro nero. Il numero degli irregolari è risultato esiguo". A suo avviso è stato "un intervento utile che sarebbe maggiormente efficace se ci fosse una reale integrazione tra autoctoni e stranieri".

Il ghetto di San Nicola Varco. In Campania, nel comune di Eboli, esiste dagli anni Novanta il cosiddetto "ghetto di San Nicola Varco", nel cuore della Piana del Sele. In quest’area doveva nascere un mercato ortofrutticolo, un progetto del ministero dell’Agricoltura poi naufragato. Al suo posto, centinaia di baracche costruite con lamiera, legno, teli e pneumatici, una vera e propria baraccopoli con barbiere, macelleria, panetteria e perfino una moschea. Vi abitavano centinaia e centinaia di marocchini, 25 euro al giorno in nero per lavorare nei campi dall’alba al tramonto. "Poveri e clandestini – racconta don Vincenzo Federico, dell’équipe del Dossier –, vittime di caporali italiani spietati, questi ultimi d’accordo con i datori di lavoro delle aziende agricole". Negli ultimi anni si sono susseguiti i tentativi di intervento degli enti locali, spesso con scontri istituzionali tra Comune e Regione, fino al 15 luglio scorso, quando la Regione Campania concretizza un intervento di bonifica a San Nicola Varco, rimuovendo parte delle montagne di rifiuti lì presenti e portando docce, bagni e containers. Seguono incendi insoliti, si parla di racket. A settembre 60 marocchini accettano la proposta di rimpatrio assistito, ossia ritorno in Marocco con 1.500 euro per avviare in loco un’attività produttiva. L’11 novembre scorso la magistratura dispone lo sgombero, impiegando oltre 500 agenti. Nel ghetto erano però rimasti solo 100 marocchini con permesso di soggiorno, gli altri erano fuggiti nella notte. "Un vero dramma umanitario – afferma don Federico – ora molti marocchini sono in giro per la Piana del Sele e vivono in strutture di fortuna". Le Caritas diocesane di Salerno e Teggiano-Policastro vengono coinvolte dalla Regione nella presa in carico di circa 120 marocchini, che ricevono così vitto e alloggio. Per loro è prevista anche una borsa di cittadinanza di 500 euro per 6 mesi. "Se li aspettavano in contanti – precisa il sacerdote – ora è stato detto loro che saranno erogati in servizi".

Le comunità africane tra pregiudizi e integrazione. Marocchini, egiziani, malgasci, nigeriani, senegalesi, capoverdiani. Come si caratterizza la presenza delle varie comunità africane in Italia? La collettività marocchina è la più antica e più numerosa, con 401.000 residenti (dati Dossier 2008) e circa 200.000 irregolari. Da braccianti agricoli e venditori di tappeti ora più di 200.000 sono impiegati nell’industria, si sono ricongiunti con le famiglie e tendono ad un insediamento stabile. "Un indicatore negativo – spiega Franco Pittau, coordinatore del Dossier – è l’elevato numero di denunce penali (41.454, il 13,8% delle denunce contro stranieri), specialmente in materia di droga". E spesso, prosegue, "sono oggetto di ricorrenti pregiudizi e comportamenti discriminatori". Gli egiziani sono 75.000 (dati Istat al 2008) e risiedono soprattutto in Lombardia. Svolgono spesso attività autonome, come la vendita di fiori o la ristorazione. Fenomeno recente è l’arrivo di minori non accompagnati egiziani, inviati per sostenere economicamente le famiglie: accettano lavori di fatica e sfruttamento a Torino, Milano e Roma, pagati circa 10 euro a notte. Dal poverissimo Madagascar vivono in Italia un migliaio di persone, soprattutto a Roma: preti, suore e studenti delle università cattoliche. Sul fronte della collaborazione domestica sono impiegati i capoverdiani (9.759, dati 2008 consolato Capo Verde), soprattutto donne, ben inserite nella società italiana. I nigeriani sono invece 44.544 (dati Istat 2008) e devono lottare spesso contro i pregiudizi dell’opinione pubblica che li collega solo a traffici illeciti, tratta e prostituzione.

Italiani d’Africa. Come gli africani emigrano verso l’Italia, così oltre 50 mila italiani hanno scelto l’Africa come terra dove vivere o migliorare i propri destini. Sono infatti 51.232 i residenti italiani in Africa (l’1,3% della popolazione italiana all’estero), soprattutto in Sudafrica (29.742), Egitto (3.671), Tunisia (2.699), Marocco (1.834), Kenya (1.636) ed Etiopia (1.289). Ne parla Delfina Licata, dell’équipe del Dossier. Il 46,6% dei residenti italiani in Africa è donna (23.858), soprattutto giovani in età lavorativa ed emigrati di recente, molti provenienti da Lombardia, Lazio, Veneto e Piemonte. Il 56% sono espatriati, il 35,4% sono cittadini italiani per nascita. "Si tratta di nuovi flussi migratori – spiega Licata –, prevalentemente maschi dai 30 ai 45 anni, emigrati in media da 5 anni".

Turismo selvaggio a Capo Verde. Una "invasione" di imprenditori e turisti italiani nelle isole di Sal e Boavista a Capo Verde a fianco delle favelas. Sfruttano le belle spiagge, il sole e la natura, lasciando poco o nulla all’economia locale, con un impatto culturale e sociale dagli effetti devastanti. È il fenomeno, poco conosciuto in Italia, che ci è stato descritto da Damiano Gallinari, dottorando in antropologia dell’Università La Sapienza di Roma, che a Capo Verde sta dedicando da anni i suoi studi. Nelle isole più turistiche di Sal e Boavista, spiega al SIR, "è sempre più evidente l’agire di processi di ‘glocalizzazione’, che portano al confronto a volte drammatico tra locale e globale e alla perdita di identità delle popolazioni native". Gli italiani, come confermano le statistiche dell’Ine (Istituto nacional de estastica) sono, insieme ai portoghesi, i maggiori "consumatori" dello spazio turistico capoverdiano. I viaggiatori italiani nel 2008 sono stati 339.693, pari al 18,6% degli ingressi. Ma sono soprattutto gli imprenditori italiani i "nuovi attori" dell’economia e della scena sociale capoverdiana: da alcuni anni costruiscono villaggi e strutture turistiche con un impatto a volte devastante a livello ambientale e sociale. La lingua italiana è infatti comunemente parlata e sono state acquisite anche abitudini alimentari e sociali. Molto diffuso è anche il turismo sessuale, al maschile e al femminile. "L’arcipelago vive a differenti velocità – osserva Gallinaro – l’economia è in mano a pochi e quei pochi sono quasi sempre stranieri. Il governo incassa pochissime tasse su queste strutture turistiche e i capoverdiani continuano ad essere esclusi". Secondo Gallinaro, per il futuro turistico delle isole di Capo Verde è necessaria "una corretta pianificazione da parte del governo e l’apertura ad altre forme di turismo sostenibile". Un esempio è il progetto dell’organizzazione non governativa fiorentina Cospe, che nell’isola vulcanica di Fogo ("Fuoco") produce vino di ottima qualità e gestisce strutture di turismo responsabile, impiegando manodopera locale.

Anche le fiabe "migrano". Anche le fiabe "migrano" come le persone, e proprio le fiabe possono diventare un valido "strumento interculturale" per favorire il contatto e la relazione tra italiani e stranieri, soprattutto bambini. A raccontarlo è Giuseppe Mazza, dell’équipe del Dossier, che ha lavorato per anni come educatore nell’asilo interculturale di Roma "Celio Azzurro". Le fiabe africane, spiega, "hanno la funzione pratica di spiegare il mondo e i processi naturali, di comunicare saggezza, divieti, comportamenti e valori etici". Inoltre, "sono spesso presenti i temi dell’accoglienza e dell’ospitalità, che hanno un valore sacro: l’ospite viene rispettato e trattato con tutti gli onori, diventa parte della famiglia". Le fiabe hanno sempre migrato nel corso dei tempi, insieme a interi popoli che si sono spostati a causa di eventi climatici, carestie, conflitti e tensioni sociali, contaminandosi e trasformandosi fino a dare origine a nuove fiabe. Vi sono elementi comuni e una universalità di temi in tutte le fiabe del mondo, per questo possono essere "un terreno di incontro, di confronto e di scontro, capace di favorire il contatto e la relazione". Ma attenzione, avverte Mazza: "Per non dare una lettura superficiale e generare luoghi comuni e stereotipi culturali, bisogna entrare nel sé più profondo di ciascuno, calandosi in quel tessuto socio-culturale-affettivo da cui proviene e che lo ha reso così unico". Del resto, come cita un antico proverbio dell’Africa occidentale usato per "liberare la parola" nelle assemblee di villaggio, "les oiseaux ont chacun leur façon de chanter…" ("ogni uccello ha il proprio modo di cantare…").

a cura di Patrizia Caiffa
inviata SIR a Praia – Capo Verde