DIALOGO INTERRELIGIOSO
Radici ebraico-cristiane dell’Europa: ad Assisi un centro studi
È stato istituito ad Assisi, presso la sede dell’Università di Perugia, un “Centro studi sulle radici culturali ebraico-cristiane della civiltà europea”. L’origine di questo centro si trova nel contesto della celebrazione del settimo centenario di fondazione dell’Università, celebrato l’8 settembre 2008. In quella occasione, Benedetto XVI aveva inviato una lettera al rettore dell’Università in cui esprimeva il suo plauso per l’iniziativa. “È infatti solo attingendo da tale patrimonio – sottolineava il Pontefice – che è possibile elaborare, nell’attuale temperie culturale dispersiva e relativistica, sintesi robuste ed efficaci, che sappiano al tempo stesso sostenere una rinnovata coscienza europea e permetterle di dialogare con le altre civiltà”. Riportiamo stralci della relazione dell’arcivescovo di Chieti-Vasto, mons. Bruno Forte.Nuova cristianità. “Si torna a parlare delle radici ebraico-cristiane dell’Europa. Anche la visita di Benedetto XVI alla Sinagoga di Roma il 17 gennaio sembra aver riacceso questo interesse. Esso peraltro risponde al bisogno crescente di dare un’anima alla casa comune europea, via via costruita in questi anni. È legittimo chiedersi che cosa propriamente voglia dire questo ritorno alle radici”. In uno scritto del 1799, Georg Friedrich von Hardenberg, noto con lo pseudonimo di Novalis, muove “dalla crisi prodotta dalla rivoluzione francese” per delineare “una prospettiva messianico-spiritualista, che aiutasse a superarne i drammatici effetti”. L’idea chiave, sottolinea mons. Forte, era “quella del primato della religione” perché “soltanto l’ordine della cristianità, modellato su quello medioevale, avrebbe potuto salvare l’Europa”; per Novalis “non si trattava di un semplice ritorno all’antico, ma di un ribaltamento utopico, orientato alla creazione di una ‘nuova cristianità’, che avrebbe dovuto ‘ricostruire una Chiesa visibile senza riguardo a frontiere politiche, capace di accogliere nel suo grembo tutte le anime assetate dell’ultraterreno e di fare da mediatrice fra il mondo antico e il nuovo'”.Aspirazioni emancipatorie. Tuttavia, prosegue l’arcivescovo, “l’utopica ripresa di un ideale, in realtà mai esistito, non avrebbe esercitato più che il fascino della suggestione, prestandosi piuttosto a strumentalizzazioni nostalgiche e reazionarie”. D’altra parte, il saggio di Novalis “risulta emblematico in un tempo come il nostro, caratterizzato da una crisi di proporzioni non dissimili da quella seguita alla rivoluzione francese: il crollo del muro di Berlino – avvenuto a due secoli esatti dal fatidico 1789 – ha segnato clamorosamente la fine delle ideologie che avevano dominato il sistema dei due blocchi contrapposti”. Inoltre, precisa mons. Forte, “la disgregazione che ne è seguita – sorprendente rispetto a ogni possibile aspettativa – dimostra come la vera identificazione compiutasi nel tempo della modernità sia stata quella fra l’Europa e il modello ideologico, frutto della ragione adulta dell’Illuminismo” perché “l’antica ‘casa europea’ è stata la fucina di tutte le aspirazioni emancipatorie dell’età moderna, come anche dei totalitarismi ispirati a Est e a Ovest dalla pretesa delle ideologie di imporre al reale un ordine razionale, traducendo la loro ‘volontà di potenza’ (Friedrich Nietzsche) anche nell’esercizio sistematico della violenza”. In questo modo, aggiunge l’arcivescovo, si comprende “quale rischio comporterebbe il proporre per il futuro dell’Europa nuovi modelli ideologici, compreso quello di eventuali radici da ritrovare: l’eredità ebraico-cristiana potrà servire al superamento delle difficoltà attuali della coscienza europea solo se non sarà pensata in termini di ideologia rassicurante, di ritorno al passato”. Speranza ultima. Più che stare alle nostre spalle, ribadisce l’arcivescovo, “il potenziale delle radici ebraico-cristiane dell’Europa ci provoca come qualcosa che sta davanti a noi e che ci chiede passi di libertà audace e scelte di intelligenza creativa” e “questo sguardo in avanti motiva il rifiuto di ogni atteggiamento passivo e rinunciatario di fronte alla crisi in atto, e l’assunzione di responsabilità verso gli altri per costruire insieme la ‘casa comune europea’”. Conclude mons. Forte: “Le ‘radici ebraico-cristiane’ dell’Europa sono un destino e una speranza, più che non un possesso e una certezza. Lungi dal tranquillizzare, esse sfidano tutti e ciascuno a uscire dal calcolo individualistico, per entrare nel respiro ampio della solidarietà fra singoli, i popoli e le nazioni, e aprirsi al solo orizzonte, che motivi l’impegno, senza rischio di tramontare: quello della speranza ‘ultima’, fondata nelle promesse del Dio dell’alleanza, capace di dare senso e valore duraturo alle scelte complesse di tutto ciò che è ‘penultimo’. Proprio così, ebraismo e cristianesimo, nel loro indiscutibile ‘meticciato’ con la grande cultura greca e il pragmatismo latino, potranno offrire quel supplemento d’anima, di cui come mai l’Europa ha bisogno”.