CHIESA E ZINGARI

Conoscerli per capirli

Rom e Sinti: sono circa 10 milioni nell’Ue

No agli interventi “omologanti”, alle misure cioè che tendono ad assorbire la popolazione dei rom nella cultura dominante. È il parere di padre Duarte da Cunha, segretario generale del Consiglio delle conferenze episcopali d’Europa, intervenuto il 2 marzo all’incontro dei direttori nazionali della pastorale degli zingari in Europa, promosso fino al 4 in Vaticano dal Pontificio Consiglio per la pastorale per i migranti e gli itineranti. Padre da Cunha ha fatto sapere che il Ccee sta svolgendo un’indagine presso tutte le Conferenze episcopali d’Europa per conoscere meglio la presenza dei rom nei singoli Paesi, i relativi progetti e l’articolazione della pastorale degli zingari. Gli zingari rappresentano la più grande minoranza paneuropea e vivono in quasi tutti gli Stati del Consiglio d’Europa dove, pur nella difficoltà di avere dati precisi, si stima che tra rom e sinti arrivino approssimativamente a 12-15 milioni, 9-10 milioni dei quali nell’Ue. Al primo posto la Romania con 2 milioni di zingari (il 9% della popolazione totale), seguita dalla Bulgaria con 750 mila (il 9,3% del totale) e dalla Spagna (700mila, l’1,7%). In Ungheria se ne contano circa 600 mila (il 6% della popolazione), in Slovacchia 500 mila (9,2%). Fanalini di coda Germania e Italia, rispettivamente con 150 mila (0,1% della popolazione) e 140.000 (0,2%). Integrazione non è omologazione. “Parliamo – ha detto padre da Cunha – di un popolo di cui è difficile dare una definizione e che per questo spesso è guardato da molti con tanti pregiudizi”. “Non è neanche facile sapere quanti siano; non vi è nessuna garanzia che tutti siano registrati presso le autorità civili e non si sa mai con certezza se siano ancora in uno stesso luogo”. Fattori che alimentano “paure”, nate però – avverte il segretario generale del Ccee – “dall’ignoranza che porta a considerare queste persone come estranee e quindi pericolose”. Per superare questi pregiudizi, “c’è bisogno di avere una conoscenza più positiva di questo popolo”. Secondo padre da Cunha, la Chiesa è chiamata “in modo speciale” a “guardare ogni persona che vi appartenga, come persona umana la cui identità va rispettata e forse anche rivalutata”. “Dobbiamo quindi prestare attenzione – ha sottolineato – ai tentativi di attuare iniziative in vista dell’integrazione. Se vivere isolati non è buono, non significa che si debba essere completamente assorbiti dalla cultura dominante. In realtà molte misure promosse da diversi enti pubblici hanno tendenze omologanti” perché “si pensa al ‘diverso’ come ad un problema e si preferisce o allontanarlo o forzarlo ad essere come tutti gli altri”. La “saggezza dell’amore”. Di qui il ruolo della Chiesa cattolica, “non solo per quanto fa, ma per quello che è”, di suggerire la logica della “unità di amore dove – spiega il sacerdote – ognuno e ogni comunità mantiene e ravviva la sua propria identità. Trasponendo questa logica alla questione della marginalizzazione dei rom, penso che si possa dire che se si vuole veramente aiutare ed evangelizzare, si deve amare ed educare all’amore per potere integrare senza assorbire. Soltanto così i rom si sentiranno pienamente inseriti nella società e allo stesso tempo riconosciuti e valorizzati per quello che hanno di proprio. Sono certo che questa saggezza dell’amore può dare i suoi frutti”. Per padre da Cunha, una questione importante è quella dell’educazione/istruzione tramite la scuola, senza la quale “sarà difficile rompere un certo ciclo di povertà”, a condizione che venga mantenuto “lo stile di vita tradizionale” della cultura rom.Quale pastorale? “Al fine di non pensare sempre in una logica di assistenza” avverte il segretario Ccee, “è importante promuovere anche nel campo della pastorale la collaborazione con gli stessi rom, specialmente con alcuni dei loro capi”, rispettandone linguaggio e struttura gerarchica. Importante che “ci sia un santo, San Ceferino Giménez, a testimoniare che anche gli zingari sono chiamati ad essere protagonisti della santità” e che “ci siano tra loro vocazioni consacrate, oppure catechisti e leader cristiani di origine rom”. Occorre certamente, afferma padre da Cunha, “sensibilizzare le comunità locali e trovare persone adeguate per andare incontro ai gruppi rom, ma è anche necessario avere fiducia nel fatto che ogni diocesi e ogni parrocchia sapranno come affrontare le sfide quando queste si presenteranno”. Per quanto riguarda la vita di fede, il segretario Ccee sottolinea la “grande sensibilità religiosa” di questi popoli, una “pietà” che “si collega anche al profondo senso di famiglia e di rapporto con gli antenati”, valore che “in un mondo secolarizzato e individualista come il nostro, può essere addirittura una profezia” perché porta “una prospettiva di vita in cui Dio non è rimandato ad un cielo distante, ma è riconosciuto presente nella vita reale”. In materia di celebrazioni, infine, l’invito alla Chiesa ad “inculturarsi, pur senza fare fantasie liturgiche”, integrando nelle celebrazioni comuni “aspetti della loro cultura come la musica”.