SUD-EST EUROPA

Chiese di minoranza

Vive e partecipi della vita sociale e politica

Chiesa di minoranza. In alcuni Paesi del Sud-Est Europa, i cattolici sono appena l’1% della popolazione. Eppure dai resoconti presentati a Chisinau, nell’ambito dell’incontro annuale del Ccee, dei presidenti delle Conferenze episcopali del Sud-Est europeo, emerge ovunque l’immagine di una Chiesa viva, partecipe alla vita sociale e politica del Paese e soprattutto presente nel cuore delle situazioni di marginalità e di conflitto che richiedono una presenza radicata nel Vangelo. Repubblica di Moldova. "Noi cattolici – ha detto mons. Cesare Lodeserto, a nome di mons. Anton Cosa, vescovo della diocesi di Chisinau – siamo di fatto una minoranza, infatti non rappresentiamo neanche l’1% della popolazione. Però il movimento cattolico, cioè tutto ciò che la Chiesa, attraverso le sue strutture pastorali e le opere socio-assistenziali, quotidianamente svolge, genera una risonanza ampia che permette a questa minoranza di lievitare ed essere ugualmente una forza che fa opinione, delinea interessanti percorsi di azione sociale, si rende presente laddove l’impegno cattolico ha realmente qualcosa da insegnare e comunicare". Conferenza episcopale internazionale dei Ss. Cirillo e Metodio. Riunisce i cattolici presenti in Serbia e Kosovo, in Macedonia e in Montenegro. Sono tutti Paesi a maggioranza ortodossa, tranne la Macedonia dove i 2/3 della popolazione è ortodossa e un 1/3 è musulmana. "Trovandoci sulla frontiera tra Oriente e Occidente – spiega mons. Stanislav Hocevar, arcivescovo metropolita di Belgrado – questa mescolanza di religione e nazionalità non facilita, anzi complica il processo di riconciliazione, collaborazione e progettualità. Ma c’è di più: in questo momento di crisi economica sono molto forti le voci di radicalismo". Romania. In conformità alla Costituzione della Romania e alla legge n. 489, la Chiesa cattolica della Romania gode degli stessi diritti di tutti gli altri culti riconosciuti ufficialmente. "Nonostante questo – dice mons. Ioan Robu, arcivescovo di Bucarest – non dobbiamo nascondere che la Chiesa cattolica si confronta spesso con situazioni in cui questi diritti non sono rispettati oppure sono calpestati da coloro che dovrebbero invece proteggerli". L’arcivescovo parla del problema della restituzione dei beni confiscati dallo Stato durante il comunismo e della cattedrale di San Giuseppe di Bucarest, a fianco della quale, a soli 8 metri di distanza, è stato costruito un ecomostro che "mette in pericolo non solo la cattedrale ma anche il palazzo vescovile". Albania. L’Albania ha una popolazione di 3,2 milioni di abitanti di cui il 15/18% appartiene alla religione cattolica (circa 520mila). Nonostante minoranza, la Chiesa cattolica da "un grandissimo contributo alla ricostruzione spirituale, intellettuale e sociale del Paese", "dopo la grande devastazione – racconta mons. Lucjan Avgustini, vescovo di Sapa – avvenuta in Albania durante il regima comunista che ha provocato non solo la distruzione di moltissime cose ma soprattutto la distruzione dei valori umani". La Chiesa gestisce asili nidi, scuole elementari, medie e superori, scuole professionali ed una Università. "L’Albania – ha concluso mons. Avgustini – ha una ricchezza eccezionale ed è la convivenza tra cristiani, cattolici e ortodossi, e i musulmani". "Per questo, l’Albania può servire come modello di convivenza interreligiosa per molti altri Paesi del mondo". Bulgaria. La Chiesa cattolica in Bulgaria rappresenta l’1% della popolazione. "Nonostante la nostra Chiesa sia piccola – racconta mons. Christo Proykov, presidente della conferenza episcopale – gode di autorità morale fra la gente". Una Chiesa viva con vocazioni sacerdotali e religiose, 80 sacerdoti e 100 suore, un giornale "Istina-Veritas", riviste, ed una radio-tv su Internet. La Chiesa cattolica partecipa anche alla vita politica del Paese, prendendo posizioni. Riguardo per esempio una legge sui matrimoni di fatto, per la prima volta in Bulgaria tutte le religioni (cattolici, ortodossi, evangelici, armeni, musulmani, e ebrei) sono state unite. "Abbiamo scritto una dichiarazione contro questa legge, abbiamo parlato insieme alle trasmissioni di radio e tv, partecipato ad una tavola rotonda al parlamento, dicendo tutti le stesse cose". Bosnia-Erzegovina. Durante l’ultima guerra del 1992-’95, sono stati uccisi una decina di sacerdoti e religiosi. Migliaia di cattolici hanno perso la vita e quasi la metà della popolazione è stata cacciata dalle loro case ed emigrata. Molti erano cattolici. "Il primo problema che incontra la nostra Chiesa particolare – racconta il card. Vinko Puljic, arcivescovo di Sarajevo – è il fatto che molti cattolici sono stati cacciati via ed in maggior parte non ritornano per causa della situazione economica come anche della situazione politica". "Non è facile guarire le ferite della guerra. Gli edifici si costruiscono in maniera abbastanza rapida, mentre per sanare le ferite dell’anima ci vuole molto più tempo". Turchia. La Commissione europea deputata a valutare i progressi della Turchia in vista di un suo ingresso nell’Unione europea ha osservato che "per quanto attiene ai diritti delle minoranze la situazione è in fondo rimasta immutata". "C’è una sorte di impermeabilità – dice mons. Luigi Padovese – che al di là delle belle parole, non cambia di un millimetro la situazione attuale. Come si può capire, il problema di fondo è quello della libertà religiosa ed anche il riconoscimento giuridico della Chiesa, richiamato dal Papa al nuovo ambasciatore di Turchia il 7 gennaio di quest’anno".