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Europa: ha 60 anni la “dichiarazione Schuman”
Il 9 maggio 1950 “il governo francese, con la sua solenne dichiarazione, ha scelto l’Europa”, la quale “prendeva risolutamente la via comunitaria, pegno di prosperità, di sicurezza e di pace”. Sono parole di Robert Schuman, cattolico, uomo di grande cultura e sensibilità umana, ministro degli esteri francese autore della famosa “dichiarazione” grazie alla quale, nella primavera di sessant’anni fa, prendeva forma il processo di integrazione, concretamente avviato di lì a poco con il varo della Ceca (1951), ampliato poi con la Cee (1957) e approdato infine all’attuale Ue (1992). Schuman, a lungo sulla breccia politica nazionale e internazionale, scriveva i suoi ricordi da Mentone, nel 1963, che avrebbero poi costituito la prefazione del suo “testamento politico”: il volume “Pour l’Europe”. Aggiungeva: “Le dure lezioni della storia hanno insegnato all’uomo della frontiera quale io sono, a diffidare delle improvvisazioni affrettate, dei progetti troppo ambiziosi, ma mi hanno anche insegnato che, quando un giudizio obiettivo, seriamente ponderato, basato sulla realtà dei fatti e sull’interesse superiore degli uomini, ci porta a nuove iniziative, persino rivoluzionarie, è necessario, anche se esse urtano i tradizionali costumi, gli antagonismi secolari e le vecchie abitudini, attenervisi fermamente e perseverare”.Con la dichiarazione del 1950, Schuman aveva individuato le ragioni e al contempo il metodo per superare le antiche divisioni tra Francia e Germania e avviare il percorso economico e politico della Comunità. “La pace mondiale – vi si legge – non potrà essere salvaguardata senza sforzi creatori che siano all’altezza dei pericoli che la minacciano. Il contributo che un’Europa organizzata e viva può apportare alla civiltà è indispensabile al mantenimento delle relazioni pacifiche”. Si era all’indomani della tragica esperienza bellica e occorreva costruire relazioni stabili, amichevoli e proficue fra i Paesi del vecchio continente, peraltro a sua volta spaccato in due dalla Cortina di ferro. L’intuizione di Schuman (e di Jean Monnet, suo stretto collaboratore) fu proprio quella di “partire dal basso”, dall’economia, per poi far emergere progressivamente la necessità di dar vita a una “creatura politica” che potesse guidare lo sviluppo economico con istituzioni che a loro volta avrebbero generato una inedita cooperazione sovranazionale fra i sei Stati fondatori. Quanto al metodo, definito poi “funzionalista”, Schuman fu altrettanto esplicito: “L’Europa – disse ancora il 9 maggio 1950 – non si farà in un solo colpo, né attraverso una costruzione d’insieme; essa si farà attraverso realizzazioni concrete, creanti anzitutto una solidarietà di fatto”. Di lì la proposta di “di porre l’insieme della produzione franco-tedesca del carbone e dell’acciaio sotto un’autorità comune in un’organizzazione aperta alla partecipazione degli altri Paesi dell’Europa”.Le successive tappe della Comunità dimostrano che la lungimiranza di Schuman consentì all’Europa di lasciare alle spalle le armi per imboccare la strada della pacificazione, del diritto e dello sviluppo materiale. Quella comunitaria è una storia di successi indubbi e di passi falsi reiterati, di traguardi raggiunti e di attuali “incompletezze”. Complessivamente si può però considerare che il cammino compiuto è stato davvero considerevole e di questo va dato merito allo stesso Schuman e agli altri “padri” dell’integrazione, fra cui il tedesco Konrad Adenauer e l’italiano Alcide De Gasperi: entrambi, come Schuman, cattolici e uomini di frontiera.L’avventura comunitaria prosegue oggi, dovendo far fronte a sfide sopraggiunte: la globalizzazione, la competitività e l’instabilità dei mercati, l’invecchiamento della popolazione, i movimenti migratori, l’avanzare della tecnologia, lo sfruttamento ambientale… Per andare avanti l’Ue deve far tesoro delle parole di Schuman sopra citate che invitavano, dinanzi a un obiettivo alto, a tenere la barra dritta e a perseverare nell’intento, pur con la capacità di adattare strumenti e risorse ai mutati contesti in cui ci si trova a operare. Una democrazia della “responsabilità” e della “solidarietà”, tanto cara all'”uomo di frontiera”, che annotava ancora in “Pour l’Europe”: “La democrazia non s’improvvisa; l’Europa ha impiegato più di un millennio di cristianesimo per plasmarla”.