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Europa: attualità della “Dichiarazione Schuman” 60 anni dopo
“Considerate che le responsabilità di un cristiano non si fermano alle frontiere del suo Paese, ma è necessario che egli si dia una mentalità sopranazionale. Dite a voi stessi di non avere il diritto di disinteressarvi degli sforzi che si tentano oggi per dare all’Europa, nonostante tante rivalità secolari e attuali, un’unità abbastanza forte da garantirne la libertà, la sicurezza e il benessere. Non siate, di fronte a tale compito, certamente difficile ma indispensabile, critici o scettici. Siate piuttosto uomini di buona volontà, che credono all’Europa unita perché la vogliono costruire”.Questa lunga citazione risale ad un’altra epoca. È tratta da una lettera sulla pace che i cardinali e gli arcivescovi di Francia pubblicarono il 14 giugno 1950, poche settimane dopo la dichiarazione di Robert Schuman che avrebbe capovolto le relazioni tra i popoli e le nazioni europee e di cui quest’anno festeggiamo il sessantesimo anniversario. Le parole dei vescovi così pertinenti possono rendere fieri i cattolici, perché almeno i più alti prelati francesi dell’epoca non si sono sbagliati nei loro incoraggiamenti. Non conosco la reazione di altre istanze ecclesiali, ma almeno quella esprimeva senza giri di parole una giusta opinione.Ma la cosa ancora più importante è che questo testo non ha perduto niente della propria attualità. L’Europa ha più che mai bisogno di un’unità forte. Ma gli impedimenti alla libertà, alla sicurezza e al benessere in questione si sono evoluti. La libertà è minacciata, tra le altre cose, da attori privati che – come alcune grandi banche o imprese in rete – passano ora sotto attori pubblici, sia stati che organizzazioni internazionali. Ritrovare la superiorità politica e il rispetto del diritto ci impone talvolta di superare il quadro europeo e di pensare a un’autentica governance mondiale della finanza e dell’economia.La sicurezza in Europa non si definisce più in funzione delle relazioni tra due blocchi contrapposti. Questa costellazione ha avuto fine nel 1989. Sono comparse nuove forme di insicurezza, nuove conflittualità. Di fronte alle nuove minacce, come il terrorismo, non è concepibile che una nazione da sola, in questo caso la nazione americana, garantisca la pace mondiale nel tempo. È necessario oggi concepire una nuova architettura geopolitica e questa diventa possibile se l’Europa, i suoi governi e i suoi cittadini, vi si vogliono impegnare.Impossibile, infine, definire oggigiorno il benessere in modo lineare e a partire soltanto dal reddito pro capite. Altri parametri, quelli che si riferiscono alla qualità delle nostre relazioni e alle nostre modalità di consumo e di produzione, devono essere presi in considerazione. In particolare, il cambiamento climatico esige una nuova qualità nelle relazioni internazionali. È l’Unione europea che per prima deve trarre insegnamento dal relativo fallimento della conferenza organizzata dalle Nazioni Unite a Copenhagen nel dicembre scorso e proporre un altro approccio Questi tre esempi mostrano come abbiamo bisogno di un nuovo slancio sopranazionale. A sessant’anni di distanza dalla dichiarazione Schuman, dobbiamo aspirare ad una dichiarazione per un mondo unito. Con l’esperienza degli ultimi sessant’anni, si può supporre che tale dichiarazione sia pronunciata a partire dall’Europa. Bisogna sperare che tale slancio arrivi senza troppi indugi, perché la nostra dichiarazione Schuman si avvicina all’età della pensione (o l’ha già raggiunta, secondo le regole in vigore nei vari Paesi dell’Unione). Essa ha fortemente bisogno di essere supportata da un nuovo documento di grande visione, lungimirante . Poiché il nostro cammino verso l’unificazione è iniziato da un nucleo fisso ma non fissato ad altri, il cammino verso l’unificazione mondiale passerà anche attraverso un primo gruppo di stati. Questo potrebbe essere il G20, che si assumerà un impegno a favore della libertà, della sicurezza e un benessere rispettoso del Creato. Potrebbe anche trattarsi di un gruppo più piccolo. Riprendiamo dunque a cuore il messaggio dei cardinali e degli arcivescovi di Francia: diamoci una mentalità sopranazionale. Diciamo a noi stessi di non avere il diritto di disinteressarci. Cerchiamo di non essere scettici, cerchiamo invece di credere in un mondo unito.