HAITI
“Non bisogna dimenticare Haiti proprio quando ha più bisogno di aiuto. La distruzione del terremoto è stata devastante e al Paese serviranno risorse senza precedenti per ricostruire e uscire dalla povertà. È il momento di accrescere l’aiuto anziché diminuirlo. Per Haiti è un’occasione da non mancare”: questo l’auspicio di mons. Bernardito Auza, nunzio apostolico della Santa Sede ad Haiti, in vista della Conferenza dei 28 Paesi donatori che si aprirà a New York il 31 marzo, per la quale è stata stimata una cifra complessiva di aiuti pari a 11,5 miliardi di dollari. Ne ha parlato al SIR durante una lunga chiacchierata con i giornalisti di testate cattoliche italiane, presenti in questi giorni a Port-au-Prince insieme ad una delegazione di Caritas italiana. Migliorare, anziché ricostruire. “Alcuni non vogliono parlare di ‘ricostruire’ – precisa mons. Auza – ma di ‘migliorare’, perché qui la situazione delle infrastrutture è pessima. Non abbiamo strade, acqua, le colline franano a causa della deforestazione e delle costruzioni selvagge, in molte zone non c’è elettricità. Difficile dire se 11,5 miliardi di dollari saranno sufficienti, ma non mi sembrano molti se devono bastare per la ricostruzione e lo sviluppo. E poi c’è un grande paradosso: il popolo è poverissimo, ma la vita è molto cara”. Il nunzio ha incontrato la settimana scorsa il presidente di Haiti, René Preval, che dopo aver lavorato per mesi “in uno sgabuzzino” ora è tornato in un’ala agibile del palazzo presidenziale, affiancata da alcune case prefabbricate. “Il governo – afferma il nunzio – ci chiede che il Papa intervenga per ricordare alla comunità internazionale il dovere di aiutare Haiti. E non vuole più aiuti umanitari internazionali, per non creare dipendenza. Preferisce incentivare la produzione locale e la ripresa del commercio. Anche noi, come Chiesa, siamo favorevoli”. Altra questione aperta è la presenza della Minustah, la missione dell’Onu con 9.600 caschi blu ad Haiti per la sicurezza nazionale e la stabilizzazione del Paese. “Il presidente vorrebbe cambiare il mandato della Minustah, da missione di pace a missione di sviluppo – confida il nunzio -. Ma non credo sia possibile. Certo, il budget annuo della Minustah è di 680 milioni di dollari e la loro presenza è stata ed è ancora utile al Paese. La questione è se valga veramente la pena spendere tutti questi soldi invece di utilizzarli per lo sviluppo”. Anche gli Usa, aggiunge, “hanno speso finora 800 milioni di dollari, ma la gente si lamenta perché non ha ricevuto niente. Ora il Congresso dovrà approvare un progetto di legge per dare ad Haiti 1,2 miliardi di dollari. Ho fiducia nella Conferenza di New York, che nonostante tanti difetti ha dei lati positivi: le promesse sono promesse e vanno rispettate”. Intanto ad Haiti è una corsa contro il tempo per cercare di arginare i danni connessi all’imminente stagione delle piogge: “Qui la pioggia diventa una maledizione. Il governo mi ha detto che vorrebbe utilizzare quattro grandi terreni per costruire tendopoli provvisorie. Ma c’è il rischio che la gente sia costretta a stare in quei campi per molto tempo e che questa misura diventi definitiva”.Fondi Cei per l’educazione. I due milioni di euro donati dalla Cei per Haiti saranno destinati soprattutto all’educazione, per far studiare i bambini nelle scuole cattoliche e pagare le rette, costruire nuove aule e formare nuovi insegnanti. È il progetto di mons. Auza, che rivela di aver intenzione di “chiedere una seconda tranche di aiuti perché le spese sono enormi”. “Finora – spiega – ho dato i soldi ai parroci e alle religiose, chiedendo di comprare i prodotti in loco. Ma qui la metà dei bambini non va a scuola, l’educazione è quasi tutta in mano ai privati, scuole cattoliche comprese, per cui vogliamo investire su questo. Per la sola formazione dei maestri dovremo spendere 600 mila euro nei prossimi 3 anni”. Riguardo alla ricostruzione della cattedrale di Port-au-Prince e dei seminari distrutti, ancora non si è arrivati ad una decisione, dice il nunzio, “ma pare che arriveranno contributi da Usa e Paesi europei”. Haiti spera nella visita del Papa. La popolazione di Haiti spera che prima o poi venga in visita il Papa. Intanto la Chiesa cattolica haitiana ancora non ha un nome per la nomina del nuovo arcivescovo di Port-au-Prince. A fine aprile, il card. Giovanni Battista Re, prefetto della Congregazione dei vescovi, sarà ad Haiti. “Stiamo facendo delle consultazioni informali – confida mons. Auza – ma bisogna attendere prima di lanciare l’inchiesta canonica”. Durante il sisma del 12 gennaio la Chiesa cattolica ha perso l’arcivescovo di Port-au-Prince, mons. Serge Miot, 6 sacerdoti diocesani, 14 seminaristi maggiori, 56 religiosi/e, 1 docente e almeno 150 alunni delle scuole cattoliche. Le scuole (4.700 sono crollate o inagibili) dovrebbero riaprire il 5 aprile. E su una possibile visita di Benedetto XVI ad Haiti mons. Auza rivela: “Tutti mi chiedono d’invitare il Papa. Ma per farlo venire bisognerebbe organizzare un programma che comprenda anche il resto dei Caraibi, ossia Cuba, Repubblica Dominicana e Puerto Rico. Ci piacerebbe molto ma non è facile”.a cura di Patrizia Caiffainviata SIR a Port-au-Prince(25 marzo 2010)