TERREMOTO HAITI

Non c’è luce

La terribile situazione nei campi

In molti campi di sfollati a Port-au-Prince non ci sono distribuzioni sistematiche di aiuti alimentari né vere tende sotto cui ripararsi. Tra i palazzi distrutti e i cumuli di macerie lungo i bordi delle strade vi sono centinaia e centinaia di agglomerati informi, costruiti con semplici teli di plastica azzurri o grigi. E nulla più. Non c’è niente da rubare sotto questi ripari approssimativi tirati su con quattro bastoni di legno. Non ci sono letti e si dorme sulla nuda terra. Non ci sono abiti e scarpe da riporre o oggetti da conservare. Il passato raccontato dalle cose di tutti i giorni è stato totalmente cancellato dal sisma del 12 gennaio, che ha provocato, secondo le cifre ufficiali, 223.000 morti e un milione e mezzo di sfollati. Baraccopoli e tendopoli sono ammassate su vastissime distese e in allarmanti zone collinari, dove rischiano di essere letteralmente spazzate via.

Si sopravvive di solidarietà. La gente di Haiti che vive nei campi mangia un pugno di riso al giorno grazie alla solidarietà di familiari e amici, cucinando in poveri pentolini su miseri fornelletti, le uniche suppellettili esistenti. Chi può attinge a quei pochi risparmi messi da parte per tutta una vita. Qualcuno improvvisa piccoli commerci informali di alimenti o prodotti per l’igiene. Nel campo Delmas 33 Mpf, ad esempio, vivono 1.875 persone. È il campo più grande dove interviene la Caritas, fornendo acqua, docce, latrine e sanità. Qui la gente, disperata, si è insediata subito dopo il terremoto su un terreno acquitrinoso in parte di proprietà pubblica, in parte di privati. La Caritas è arrivata il 14 gennaio con una clinica mobile, poi dal 12 marzo con tutto il resto. A breve, insieme al World Food Programme, avvierà anche la distribuzione di cibo.

Non c’è niente da rubare. “Eravamo abbandonati a noi stessi finché non ci ha trovato la Caritas”, racconta Dorismand Diyms, portavoce del Comitato di autogestione del campo. Prima del sisma era insegnante e direttore di una scuola, ma la sua casa è distrutta e non possiede più nulla. “Ora – dice – abbiamo l’acqua potabile e le latrine, ma tanta difficoltà a reperire cibo. Senza una corretta alimentazione c’è anche il rischio di malattie. Abbiamo dovuto acquistare a nostre spese perfino i teli sotto cui dormiamo e sistemare il terreno con pietre e canali di scolo delle acque”. Contro il rischio di violenze e saccheggi il Comitato ha organizzato un servizio di vigilanza durante la notte, con 15 volontari a turno. “Finora non abbiamo avuto grossi problemi – precisa -, anche perché non c’è niente da rubare”. La notte non c’è luce elettrica nei campi e nelle strade, come nella maggior parte della capitale. E tutto sprofonda nel buio più oscuro. Diyms assicura che finora non ci sono stati casi di violenze sessuali, anche se proprio nei giorni scorsi un rapporto di Amnesty International ha denunciato la scarsa tutela e protezione di donne e bambine nei campi (le poche latrine sono tende all’aperto) e alcuni casi di stupro. In un campo più piccolo, Delmas 21 Godefroy, costruito con i soliti teli di plastica su un terreno privato, le persone hanno pochissimo spazio a disposizione e in ogni riparo vivono due/tre famiglie, nella promiscuità più assoluta. Ogni giorno arriva gente nuova da altre zone della città. Oggi sono 450, con due sole docce e quattro latrine. Ne servirebbero almeno 23, spiegano gli operatori Caritas, che qui hanno appena avviato gli interventi. “Ci servono almeno cento tende e tanto aiuto”, chiede Solange Jean-Louis, 34 anni, commerciante prima del sisma, madre di una ragazza e di un figlio adottivo. “Non ci viene distribuito cibo e viviamo solo grazie alla solidarietà tra di noi”. E quando piove? “I bambini piangono disperati e restiamo alzati tutta la notte”.

Rischio abusi su donne e bambine. “Purtroppo nei campi si verificano frequenti casi di violenze sessuali, soprattutto sulle adolescenti, e spesso all’interno delle stesse famiglie”: a parlare al SIR è Raffaella Pingitore, medico ginecologo dell’Ong cattolica Avsi, di Lugano, in questi giorni a Port-au-Prince come volontaria. Pingitore conferma la denuncia lanciata da Amnesty International. “Alcune ragazze – spiega – mi hanno raccontato di aver subito abusi, altre sono arrivate già incinte. Le violenze avvengono anche all’interno delle stesse famiglie, che sono totalmente disgregate. Ogni tenda ospita diversi nuclei familiari, per cui le bambine e le ragazze sono a rischio. La gente non si sposa perché non ha i soldi e gli uomini mettono incinte le donne e poi si danno alla fuga”. Secondo Pingitore, questa “è una situazione difficilissima da prevenire e gestire: le priorità degli aiuti ancora sono legate alla sopravvivenza. La gente non ha cibo a sufficienza e si ammala, le donne partoriscono da sole nelle tende, poi vengono il giorno dopo a farsi visitare. Altre muoiono durante la gravidanza per problemi legati all’ipertensione. Il 24 marzo una donna mi ha raccontato di aver perso due gemelli durante il parto e di averli sotterrati da sola subito dopo”. “Qui le persone sono deprivate di tutto, rassegnate: l’unico scopo è arrivare a fine giornata trovando qualcosa da mangiare”.

a cura di Patrizia Caiffa
inviata SIR a Port-au-Prince