Non servono promesse

HAITI

“Per la ricostruzione e lo sviluppo di Haiti penso siano necessari almeno 20 miliardi di dollari, molti di più degli 11,5 miliardi previsti”: è questo il parere di mons. Pierre Dumas, presidente di Caritas Haiti e vescovo di Ans-a-Veaux et Miragoine. Ne ha parlato al SIR durante una chiacchierata con i giornalisti di testate cattoliche italiane, presenti in questi giorni a Port-au-Prince insieme ad una delegazione di Caritas italiana. Dalla sede di Caritas Haiti al centro di Port-au-Prince mons. Dumas lancia un appello alla comunità internazionale: “La Conferenza di New York può essere un’occasione per porre le vere basi per la fondazione di questa nazione, tramite uno sviluppo integrale che metta al centro la persona umana”. Ossia, “sì alla modernizzazione, sì alla creazione di posti di lavoro, sì alla valorizzazione della produzione locale, ma senza mettere a repentaglio i valori culturali e religiosi del popolo haitiano”. Gli haitiani, aggiunge mons. Dumas, “devono diventare protagonisti della loro storia, attraverso un piano strutturato e credibile, trasparente e ben coordinato, che comprenda vari aspetti: sanità, educazione, agricoltura, tutela dell’ambiente, rimozione delle macerie e ricostruzione degli alloggi”.Un piano Caritas per i prossimi 5 anni. A questo proposito la Caritas ha elaborato un documento intitolato “Assi strategici della Caritas per i prossimi cinque anni” che delinea i bisogni e le priorità per l’immediato futuro. Il documento Caritas è ora in mano al governo haitiano. “Non abbiamo bisogno – precisa il vescovo Dumas – di prendere la paternità delle idee e dei progetti. L’importante è partecipare e valorizzare le forze vive della società civile, i corpi intermedi come famiglie, associazioni, parrocchie, scuole cattoliche”. “Non vogliamo solo promesse ma fatti – afferma -, soprattutto da parte dei Paesi che si dicono ‘amici di Haiti'”. Finora, aggiunge, “sono state fatte alcune false promesse: la situazione ha avuto una certa evoluzione, ma è molto precaria. La popolazione vive ancora nel bisogno e nella provvisorietà. In tutte le crisi la fase d’emergenza sarebbe già finita. Qui no. Come Chiesa possiamo dare segnali forti, ma è ora che si passi concretamente all’azione”. Riguardo ai fondi che arriveranno dalla comunità internazionale, mons. Dumas chiede “che siano erogati e gestiti da una Commissione mista, con regole per la trasparenza e una corretta rendicontazione”. Anche alle migliaia di agenzie umanitarie presenti ad Haiti suggerisce di “non utilizzare queste grosse somme solo per grandi strutture o grandi macchine”: “Il denaro deve servire per i bisogni delle popolazioni, per i più vulnerabili, per tutte le persone che da questo sisma sono state segnate nel corpo e nell’anima”.300 milioni di euro dalla rete Caritas. Dalle Caritas di tutto il mondo sono stati raccolti per Haiti almeno 300 milioni di euro. 100 milioni arrivano dagli Stati Uniti, tramite il Catholic Relief Service (Crs), già presente con 300 operatori prima del sisma del 12 gennaio che ha causato 223 mila morti e un milione e mezzo di sfollati. Ma qui, in un rapporto sulle conseguenze del sisma tra le 84 parrocchie di Port-au-Prince, si parla di almeno 300 mila morti. Ora per l’emergenza gli operatori del Crs sono diventati 700 e portano avanti progetti in maniera autonoma. Le altre Caritas fanno riferimento a Caritas Haiti, presente nelle 10 diocesi del Paese e in una sessantina delle 84 parrocchie. Prima del sisma la Caritas di Port-au-Prince operava con 45 persone, ora raddoppiate per affrontare l’emergenza. “Noi – spiega padre Glandas Marie Erick Touissaint, direttore di Caritas Port-au-Prince – siamo gli esecutori materiali dei piani elaborati da Caritas Haiti e Caritas internationalis. Ci occupiamo della distribuzione dell’acqua, del cibo, degli aspetti sanitari e igienici”. Ora la preoccupazione maggiore è l’imminente arrivo della stagione delle piogge: “Non siamo ancora preparati – ammette -. A breve inizieremo a spostare chi vive nel campo Sainte Marie, dove forniamo cibo e acqua potabile per 2.000 persone”. Nelle altre parrocchie del Paese operano tutti volontari, che già prima del terremoto si occupavano dei progetti più vari: microcredito, allevamento, agricoltura, programmi nutrizionali per l’infanzia, ecc.a cura di Patrizia Caiffainviata SIR a Port-au-Prince(26 marzo 2010)