Forti nel grande dolore

HAITI

A due mesi e mezzo dal sisma, in ambito sanitario ad Haiti "servono ora medici infettivologi e terapisti della riabilitazione per chi ha subito fratture, traumi ed amputazioni": lo dice al SIR Fabio Trave, medico di Milano venuto a Port-au-Prince come volontario per un mese. Opera nella baraccopoli di Waf Jeremie, vicino a Citè Soleil, il Comune più malfamato a due passi dalla capitale, in una tenda con due infermiere, aiutando suor Marcella Catozza, francescana di Busto Arsizio (Varese) in missione nella Repubblica Dominicana per gli immigrati haitiani, mandata qui dal vescovo locale per dare aiuti di emergenza (cibo, igiene e assistenza sanitaria) ai terremotati, soprattutto ai bambini.Mai vista così tanta miseria. "Ho girato il mondo ma non ho mai visto così tanta miseria – afferma Trave –. Le malattie più diffuse sono l’Aids, le infezioni sessuali e gastrointestinali, gli ascessi dovuti a ferite non curate. I bambini sguazzano nelle fogne e sono esposti ad ogni tipo di batteri. Ma è una popolazione forte e resistente, è come se avesse sviluppato un livello altissimo di adattamento al dolore". Secondo Trave l’allarme "epidemie" più volte annunciato agli inizi (ma che fortunatamente non si è poi verificato) non è così reale, anche in vista della stagione delle piogge: "Sono abituati a tutto, non so come fanno ma sanno arrangiarsi nelle situazioni più difficili. Se non è accaduto finora ce la faranno anche in futuro". Del resto suor Marcella precisa che "i problemi sanitari sono gli stessi che c’erano già prima del terremoto, con l’aggiunta dei traumi ortopedici".All’ospedale dei Camilliani. Il ragazzo sulla sedia a rotelle non ha più un braccio e una gamba. Amputate subito dopo essere estratto vivo dalle macerie nel ben organizzato ospedale dei missionari Camilliani, il "Foyer Saint Camille". Si chiama Rudy Patelau, 22 anni, studente. La sua reazione appena dopo l’operazione è rimasta fortemente impressa nella memoria di padre Gianfranco Lovera, direttore della struttura sanitaria, a Port-au-Prince da 7 anni: "Un giorno mi ha chiesto se poteva abbracciarmi con il braccio rimasto. Mi ha detto: ‘Non capisco perché il Signore mi vuole così bene’. Io pensavo fosse impazzito dal dolore. Invece ringraziava per essere stato ‘lasciato in vita mentre tutti gli altri sono morti’. Queste testimonianze e l’esperienza scioccante che abbiamo vissuto in quei giorni, con morti e feriti ovunque nell’ospedale, e con i sopravvissuti che durante la notte hanno iniziato a cantare un gospel ringraziando Dio per la vita, sono state per me grandi lezioni di fede, molto più utili di tanti esercizi spirituali". Nel grande ospedale, con ambulatori di tutti i tipi e 300 pazienti al giorno che affollano il cortile in attesa del proprio turno, padre Lovera rafforzerà la sezione ortopedia e riabilitazione. Per il momento Jocelyn, 12 anni, amputata sotto il ginocchio e Ismana, 28 anni, senza una gamba, insieme a tutti gli altri, sono ospitati sotto una tenda e durante il giorno fanno fisioterapia, in attesa delle protesi. Anche i bambini più piccoli sono seguiti da giovani terapiste della riabilitazione venute come volontarie dall’Italia. In un altro reparto c’è un’anziana donna di 103 anni salvata miracolosamente dopo giorni e giorni sotto le macerie. Dopo aver fumato per tutta una vita chiede ancora la sua pipa. Nella maternità, invece, è appena nato Joe, che dorme placidamente accanto alla madre. 2 chili e 7 grammi di speranza.Estela, una piccola storia. Davanti alla cattedrale distrutta, mentre il sole si ostina, nonostante tutto, a scendere sulle macerie, una giovane mamma di 19 anni si avvicina per chiedere qualche goudres, la moneta locale. In braccio ha una neonata di un mese, minuscola e fragile, con il viso e il corpo completamente coperto di bolle, gli occhi vitrei e senza vitalità. Estela, si chiama. Si muove debolmente, prende il latte a fatica. Chiedo se è stata vista da un medico. La mamma, Kolha, dice di no, perché non ha i soldi. Dorme per strada sotto uno straccio di tenda a fianco della cattedrale, insieme alla famiglia. Del padre della bimba non si sa. La invitiamo a salire sul pulmino, la portiamo in un ospedale pubblico lontano dal centro, gestito per l’emergenza da medici cubani. La pediatria è una piccola stanza sporca con pochi letti. Bambini in condizioni gravissime e madri affrante lasciano passare un tempo immobile sedute su vecchie sedie a sdraio. Riusciamo a farla visitare dal medico di guardia, che però non è pediatra. La diagnosi è infezione dovuta a sporcizia, dermatite e coliche addominali. Prescrive tre farmaci, però nella farmacia interna c’è solo l’antibiotico. Le medicine non si pagano, ma sono scarse. Proviamo al vicino ospedale gestito da medici portoricani. La dottoressa, appena vede Estela, non ha dubbi: scabbia.Modifica la prescrizione, salva l’antibiotico e il disinfettante ma aggiunge un farmaco pericoloso che dice essere "veleno". Impossibile da assumere da sola, Khola non sa né leggere né scrivere e parla solo in creolo. Proviamo a proporre un ricovero, ma il protocollo lo vieta. Dovrà tornare, si spera, la mattina successiva, per ricevere le cure direttamente dalla dottoressa. La raccomandazione più pressante è di lavare accuratamente tutti i vestiti perché la bimba può infettare la madre e tutto il resto della famiglia. Sul viso di Khola, intanto, è trattenuto un sorriso profondo di sollievo. Le è caduta dal cielo quest’avventura imprevista con dei bianchi e sembra, per poche ore, la protagonista di un film. Le diamo una busta di viveri e i soldi per il tap tap, i colorati taxi collettivi che girano nel traffico folle di Port-au-Prince. Per oggi torna a casa contenta. Ma del futuro di Estela nessuno saprà. Resta nel cuore la solita e mai risolta domanda sofferta: perché conta così poco la sua vita solo perché è nata in questa parte di storia del mondo?a cura di Patrizia Caiffainviata SIR a Port-au-Prince(29 marzo 2010)