RASSEGNA DELLE IDEE
Un’analisi su Études di aprile
Un’analisi del ruolo svolto dall’Ue nel corso del vertice Onu sul clima (Copenaghen 7 – 18 dicembre 2009) che ha raggiunto un accordo “insufficiente nella sostanza e incerto dal punto di vista procedurale” non rispondente “né all’urgenza né all’ampiezza della sfida climatica”, e un’indicazione dei suoi futuri compiti. A proporla sul numero di aprile di Études, rivista di cultura contemporanea dei gesuiti di Francia, è Emmanuel Guérin, coordinatore del programma sul clima dell’Institut du développement durable et des relations internationales (Iddri) di Parigi. Ne presentiamo alcuni spunti.Accordo insufficiente e incerto. Pur fissando “come obiettivo globale a lungo termine” il limite di innalzamento delle temperature a 2°C, spiega Guérin, nella sostanza l’accordo di Copenaghen “non rende possibile” tale limite poiché “non prevede sufficienti mezzi per raggiungerlo”. Inoltre “gli obiettivi dei diversi Paesi conducono a un aumento della temperatura dell’ordine di 3°C rispetto al livello preindustriale”. Tale accordo, che “non è una semplice dichiarazione politica, né un accordo giuridico vincolante”, ma piuttosto “il risultato dell’ultimo tentativo di salvataggio da parte di una manciata di capi di Stato dopo il blocco di due settimane del negoziato a livello ministeriale”, crea inoltre “grande difficoltà dal punto di vista procedurale in quest’anno 2010” perché non è chiaro se “servirà come base di negoziato o dovrà essere reincorporato nei due binari del negoziato Onu (uno sotto l’egida della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, e l’altra sotto quella del protocollo di Kyoto)”. Al di là di questi aspetti, afferma Guérin, l’accordo di Copenaghen “testimonia gli attuali limiti della cooperazione internazionale”.Ue debole sulla scena internazionale. Ma quale ruolo ha avuto l’Ue a Copenaghen? Tra i Paesi sviluppati, osserva Guérin, “l’Unione europea era quello più attaccato al modello di Kyoto perché essa aveva già adottato nella propria legislazione un obiettivo di riduzione delle emissioni simile a Kyoto, -20% nel 2020 rispetto al 1990”. L’Ue è inoltre “il gruppo di Paesi che ha difeso più di tutti un certo approccio della cooperazione internazionale: quello che poggia sul mercato del carbonio (sistema di compravendita di quote di emissione di gas serra in atmosfera, ndr) e sui meccanismi di flessibilità”. Secondo l’esperto, “questa visione sofisticata della cooperazione si fonda al tempo stesso su un principio di efficacia e di equità”. Eppure l’Ue ha “avuto poco peso sui negoziati. Durante la preparazione del summit è stata fra quelli che si sono più impegnati per innalzare il livello di ambizione dell’accordo di Copenaghen. Il limite dell’aumento della temperatura a 2°C ha costituito una delle posizioni sostenute dall’Unione europea, prima da sola, poi insieme con altri”. Tuttavia essa “non è riuscita a pesare sulla forma finale dell’accordo. Il fatto che volesse un accordo ad ogni costo l’ha senza dubbio penalizzata. Come in occasione dell’accordo di Kyoto, essa fa parte dei Paesi svantaggiati nei negoziati ‘dal basso'”. Secondo l’esperto, “la debolezza del suo peso sulla scena internazionale si spiega forse con il fatto che” l’Ue “non parla, o parla molto male, il linguaggio della sovranità”. Ma vi sono anche altre ragioni: “Se nel 2008 ha mostrato forte coesione con l’adozione del pacchetto energia e clima, l’Ue ha al contrario manifestato le proprie divisioni nel 2009 sulle questioni del finanziamento e del passaggio dal 20 al 30% di riduzione delle emissioni nel 2020”.Leadership e trasformazione reale. “Al di là delle tensioni nella governance mondiale, la cooperazione internazionale inciampa sulle politiche nazionali, che sono ancora giovani – osserva Guérin -. Se la presa di coscienza della gravità dei cambiamenti climatici e della necessità di agire cominciano ad essere datati, le politiche di riduzione delle emissioni sono appena all’inizio”. In particolare, “i governi sembrano temere che tali politiche costino molto caro e che la cooperazione internazionale offra meno vantaggi”. “Anche all’interno dell’Unione europea, che ne è un leader, si è ben lontani dalla terza rivoluzione industriale annunciata. Se il sistema di collocamento e di scambio delle quote è un’autentica innovazione istituzionale che produce reali riduzioni di emissioni, non è stato fatto alcuno sforzo per l’efficienza energetica, o in ogni caso non a sufficienza”, mentre “il ricorso ai meccanismi di flessibilità, pur se comprensibile per motivi di controllo dei costi”, riduce “l’ampiezza della trasformazione europea”. Per Guérin, inoltre, i piani di rilancio “seguiti alla crisi finanziaria ed economica non hanno provato” che l’Ue “si stia impegnando in modo risoluto per un’economia priva di carbonio”. “La leadership attraverso l’esempio di cui si vanta l’Unione europea non può limitarsi all’annuncio di un’elevata riduzione nella quantità di emissioni; deve concretizzarsi nella prova di una trasformazione reale. È ciò che le chiedono i Paesi in via di sviluppo, e in particolare i Paesi emergenti: dimostrare che l’economia decarbonizzata non è un sogno, bensì una realtà”.