Economia
Accelerare le riforme strutturali ” “” “
Con il via libera dato dal vertice dei capi di Stato e di Governo dell’Unione europea alla proposta franco-tedesca di sostenere gli sforzi del Governo greco per evitare la bancarotta, l’Europa ha provato ad arginare l’ennesima bomba pronta ad esplodere nei mercati internazionali, ultima di una lunga serie che va avanti ormai da quasi tre anni. Non sappiamo ancora se questa decisione basterà davvero. La Grecia non potrà salvarsi se non deciderà di accettare una lunga e dolorosa terapia di dimagrimento dei bilanci pubblici che comporterà sicuramente effetti recessivi sull’economia e un generale impoverimento del Paese con le conseguenti tensioni sociali. È sempre l’effetto dello tsunami che ha investito l’economia mondiale e che, dopo aver travolto le banche che avevano costruito castelli di carta basati sul debito tramite l’ingegneria finanziaria, ora spazza via quei Paesi che irresponsabilmente (anche se spesso inconsapevolmente) avevano deciso di vivere al di sopra delle proprie possibilità.
I nodi insomma sono venuti al pettine. Questa crisi ha dimostrato che la finanza non può guidare la crescita economica. Sono altri i fattori determinanti. La finanza può essere solo uno strumento di supporto per veicolari il risparmio verso gli investimenti più produttivi e, quindi, selezionare i progetti imprenditoriali che meglio di altri possono stare sul mercato e permettere una crescita sostenibile e duratura dell’economia. Quando invece la logica del guadagno al di sopra di ogni regola (innanzitutto morale) diviene il motore della crescita, prima o poi si verificano situazioni di bolle speculative di cui purtroppo ci si accorge quando è troppo tardi, cioè quando scoppiano. A quel punto i Governi si trovano con le spalle al muro: o salvare il sistema finanziario o salvare i bilanci pubblici. È richiesta un’alta capacità di leadership da parte dei responsabili della politica economica per scegliere dove posizionare il proprio Paese rispetto a questo spettro di opzioni, senza dimenticare che la storia passata e la credibilità acquisita nella gestione dei bilanci pubblici in questo caso gioca un ruolo determinante.
Il caso della Grecia sta qui a dimostrarlo. I Paesi con una credibilità fiscale bassa, incapaci di mantenere in equilibrio i conti pubblici o, peggio ancora, trovati a truccare tali conti, sono i primi a subire le speculazioni di mercato e a rischiare la bancarotta. E questo deve essere di monito all’Italia e a chi chiede un generalizzato allentamento dei cordoni della borsa da parte del Governo, che oggi come non mai fa bene ad evitare di avviare qualsiasi progetto di aumento della spesa pubblica.
Al contrario la nostra spesa pubblica andrebbe contenuta. Non si può più pensare che ci andrà sempre bene. Sono ormai quasi trent’anni che la politica economica del nostro Paese si trova di fronte vincoli stringenti nella gestione del bilancio pubblico. Non ci può essere nessuna politica di sviluppo senza venire fuori da questa prigionia che dura ormai da troppo tempo. Per farlo, abbiamo disperatamente e urgentemente bisogno di riforme strutturali. Dobbiamo rilanciare la crescita, riducendo la spesa corrente improduttiva, aumentando invece quella capace di creare sviluppo, cioè la spesa in ricerca, istruzione, infrastrutture e innovazione. Abbiamo bisogno di riformare le pensioni e il mercato del lavoro, di dare attuazione al federalismo fiscale senza moltiplicare i centri di spesa, di rendere sempre più efficiente il contrasto all’evasione fiscale: sono i prerequisiti per abbassare la pressione fiscale che strozza la crescita. Abbiamo anche bisogno di attuare tante piccole riforme a costo zero ma con enormi benefici sociali, come la riforma delle professioni, la liberalizzazione dei servizi, una riforma in senso meritocratico dell’accesso alla carriera accademica e nella ricerca scientifica. C’è infine bisogno di un grande salto culturale per separare il potere politico dal potere economico e liberare le risorse buone della società, per rimettere in moto quell’ascensore sociale ormai fermo, che fa temere per la prima volta dopo decenni che la generazione dei figli possa vivere mediamente peggio di quella dei padri.
C’è da sperare che i prossimi tre anni, fortunatamente senza scadenze elettorali, aiutino gli sforzi riformatori della maggioranza di Governo, in uno spirito di confronto con l’opposizione, nella specificità dei ruoli che una corretta dialettica istituzionale dovrebbe garantire.
Nico Curci
economista