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Grande è la Polonia

La tragedia di Smolensk a 70 anni dalla strage di Katyn

Gli appelli all’unità di fronte alla tragedia nazionale, ripetuti oggi nella Polonia “decapitata” trovano conferma nelle biografie degli scomparsi nella catastrofe aerea di Smolensk.A bordo del velivolo viaggiava il novantenne Ryszard Kaczorowski, ultimo presidente dei polacchi in esilio, che solo nel 1990, ha potuto consegnare la sua carica al democraticamente eletto Lech Walesa.Membro di Solidarnosc sin dalla prima ora, il presidente Lech Kaczynski più volte accusato di russofobia e di nazionalpopulismo, oggi viene ricordato come fedele servitore della patria alla quale voleva soprattutto assicurare un posto adeguato in Europa, obiettivo che gli era costato più volte l’accusa di essere un euroscettico. A bordo del Tupolev 154 c’era pure Jerzy Szmajdzinski, un ex comunista, vicepresidente della Camera, nonché candidato alle prossime elezioni presidenziali. Sullo stesso velivolo aveva preso posto anche Anna Walentynowicz, autentica “leggenda” dei cantieri navali di Danzica. Nel 1980, a causa del suo licenziamento scoppiarono i primi scioperi che nel 1989 avrebbero portato alla caduta del Muro di Berlino. Insieme a loro, sulle scomode poltroncine sedevano numerosi senatori e deputati di tutti gli schieramenti, molti alti funzionari dello Stato ed esponenti delle varie Chiese. C’erano i vertici di tutte le forze armate insieme al capo di Stato Maggiore nonché alcuni dei familiari delle vittime di Katyn e di altri eccidi perpetrati sul territorio dell’Unione Sovietica.”Settant’anni fa fu versato il sangue innocente di migliaia di nostri connazionali la cui unica colpa era quella di voler servire il proprio Paese. Per decine di anni quel crimine è stato accompagnato da un altro delitto – la menzogna. Entrambi hanno diviso i popoli vicini non permettendo alle ferite di cicatrizzarsi”, ha detto domenica 11 aprile, a Lagiewniki, il card. Stanislaw Dziwisz. Per cinquant’anni sono rimasti nell’ombra non solo i 15 mila morti di Katyn, spacciati dalla propaganda sovietica per vittime di Hitler, ma anche gli oltre 7 mila trucidati in altri luoghi dello smisurato territorio dell’impero di Stalin, e altri 4 mila rimasti senza nome e senza tomba e di cui fino ad oggi non si è trovata alcuna traccia, così come i circa 120 mila polacchi, trucidati durante le purghe staliniane nella seconda metà degli anni Trenta e mai esistiti secondo la propaganda ufficiale. Nel 70° anniversario dell’eccidio, il presidente Kaczynski aveva deciso di commemorare le vittime del regime staliniano recandosi a Katyn insieme ai familiari dei caduti in un momento diverso dalla rievocazione ufficiale del 7 aprile scorso, durante la quale, per la prima volta nella storia, il premier Putin e il premier polacco Tusk hanno reso omaggio insieme alle vittime dell’eccidio. L’opinione pubblica polacca non si è spaccata di fronte a quest’evento tra coloro che pretendono le scuse ufficiali di Mosca e coloro che da queste scuse possono prescindere. Forse anche perché il significato del gesto di Putin che in ginocchio si fa il segno della croce davanti alle tombe dei militari polacchi trucidati da Stalin travalica un mero atto di prosternazione ufficiale. La spaccatura esiste, tuttavia, tra chi nell’ordine instaurato a Yalta vede una logica prosecuzione di processi storici, e chi in nome della verità della storia ha sempre deciso di non dimenticare i morti di Katyn.Oggi l’appello all’unità, quindi, è rivolto in primo luogo a queste due correnti, coesistenti a pieno titolo in una società democratica qual è quella polacca di oggi. In secondo luogo, l’appello è rivolto a coloro che, in una breve campagna elettorale, prima delle elezioni presidenziali potrebbero, per guadagnare consensi, inasprire i toni e portare all’esasperazione una parte dell’opinione pubblica assai scossa dall’accaduto, e quindi particolarmente reattiva. In questo contesto l’appello si rivolge anche ai media. L’appello all’unità ha però anche dei destinatari fuori dalla Polonia. Il primo di questi è la Russia. Il commentatore di una delle radio moscovite, Matvej Ganapolski, rattristato per il fatto che ancora una volta i polacchi hanno dovuto sperimentare in terra russa un immenso dolore, ha sottolineato che questo duplice tributo di sangue, quell’odierno e quello di settant’anni fa, potrebbe di nuovo mettere a dura prova i due popoli e le loro reciproche relazioni. Che queste però possano evolvere in maniera positiva è convinto Adam Rotfeld, ex ministro degli esteri polacco e capo del Gruppo russo-polacco per i problemi difficili, che considera molto significative le condoglianze presentate ai polacchi sia da Putin, sia da Medvedev, e lo è anche il cardinale Dziwisz che domenica ha concluso la sua omelia affermando: “L’ultima parola non spetta né al male né alla morte, ma all’amore e alla vita che non ha fine”.