POLONIA

L’ultimo sacrificio

La tragedia di Smolensk nei pressi di Katyn

“Solo la fede in Cristo Risorto salva il senso di quel sacrificio, di quel dolore”: lo ha dichiarato il primate della Polonia, mons. Henryk Muszynski, definendo la catastrofe di Smolensk, in cui hanno perso la vita il presidente polacco e altre 95 persone, “compimento dei terribili sacrifici del popolo polacco resi durante la Seconda guerra mondiale che tuttavia, allo stesso tempo, costituisce un appello per continuare gli sforzi volti a superare le divisioni interne e impegnarsi nella costruzione del bene comune della nazione”. Il presule, colto dalla tragica notizia mentre partecipava alle celebrazioni d’insediamento del nuovo primate della Republica Ceca, mons. Dominik Duka, ha deciso di ritornare a Gniezno, particolarmente commosso anche in ragione della personale amicizia che lo legava al presidente Kaczynski.Portare frutto. Mons. Muszynski ha anche auspicato che il “tragico incidente di Smolensk” si traduca in un impegno “a favore di una comunità” più grande e più unita “sia su scala nazionale sia nei confronti dei nostri vicini”. “Perché alla più grande tragedia dell’ultima guerra si è aggiunto il dramma della morte innocente delle élite politiche e intellettuali del nostro Paese?”, si è chiesto il presule, che ha aggiunto: “Forse in futuro saranno chiarite le cause dirette del tragico incidente”, ma “rimarranno probabilmente per sempre senza un’esaustiva risposta. Rimarrà immutato anche il dolore e la tristezza non solo dei familiari delle vittime, ma di tutti i polacchi”. Nell’omelia pronunciata nella messa celebrata domenica 11 aprile in suffragio delle vittime, parlando del presidente Kaczynski il primate ha ricordato: “Oggi, tutto il mondo parla della dolorosa verità dell’eccidio di Katyn. Il chicco di grano deve morire per produrre un buon frutto. Così è stato nella vita di Cristo, in quella di San Adalberto, anche nella vita di Giovanni Paolo II e del padre Jerzy Popieluszko di cui aspettiamo le beatificazioni. Si deve auspicare che i numerosi sforzi del presidente Lech Kaczynski, che durante la sua vita gli avevano provocato molte sofferenze, porteranno gli attesi frutti dopo la sua morte”. Il Calvario polacco. “Nell’aprile del 1940 furono giustiziati oltre 21mila prigionieri di guerra polacchi tenuti nei campi di prigionia e nelle carceri della Nkvd. Quel genocidio fu perpetrato per volontà di Stalin e per ordine delle massime autorità dell’Unione sovietica. L’Alleanza del Terzo Reich e dell’Urss, il Patto Ribbentrop-Molotov e l’aggressione della Polonia da parte dell’Unione sovietica il 17 settembre del 1939 ebbero nell’eccidio di Katyn un loro spaventoso culmine”. Sono alcune delle parole che il presidente polacco Lech Kaczynski avrebbe dovuto pronunciare al cimitero di Katyn, sabato 10 aprile, se non ci fosse stato il tragico incidente aereo a Smolensk. “Non solo nelle foreste di Katyn, anche a Tver, Kharkov e in altri luoghi di esecuzione, alcuni noti altri ancora ignoti – avrebbe proseguito -, sono stati trucidati i cittadini della II Repubblica di Polonia, coloro su cui poggiavano le fondamenta del nostro Stato, coloro che furono inflessibili nel rendere servizio al proprio Paese. Allo stesso tempo, le famiglie delle vittime e migliaia di abitanti dei territori orientali della Polonia furono deportati all’interno dell’Unione Sovietica dove le loro indicibili sofferenze segnarono il percorso della del Calvario polacco all’est”. A Katyn “ufficiali, sacerdoti, funzionari dello Stato, di polizia, delle guardie ferroviarie e della polizia penitenziaria furono fucilati senza processo né verdetto. Furono le vittime di una guerra non dichiarata ufficialmente. Vennero messi a morte violando le leggi e le convenzioni del mondo civile. Venne calpestata la loro dignità di soldati, polacchi, uomini”. Basta con le menzogne. “Il mondo – avrebbe ricordato il presidente polacco – non avrebbe mai dovuto sapere nulla” di Katyn, “tuttavia i familiari delle vittime e altri uomini coraggiosi mantennero fede alla memoria, la difesero e la trasmisero ai polacchi delle generazioni future. Portarono quella memoria attraverso i tempi del regime comunista e la consegnarono ai connazionali in una Polonia divenuta libera e sovrana”. Per questo, “a tutti loro, e soprattutto alle famiglie di Katyn dobbiamo rispetto e riconoscenza. In nome della Repubblica di Polonia esprimo la più profonda gratitudine poiché preservando la memoria dei vostri cari avete salvato un’importante dimensione della coscienza e dell’identità polacca”. Katyn non solo “fu una dolorosa ferita per la storia polacca ma per lunghi decenni avvelenò i rapporti tra polacchi e russi. Noi dobbiamo far sì che quella ferita di Katyn possa finalmente essere curata e cicatrizzarsi. Siamo già su quella strada. Noi polacchi non sottovalutiamo l’opera dei russi negli ultimi anni. Quella strada di avvicinamento dei nostri popoli deve essere continuata, senza fermarsi e senza andare indietro”, avrebbe aggiunto Kaczyñski. Il discorso si sarebbe chiuso con l’auspicio che “la menzogna di Katyn sparisca per sempre dall’opinione pubblica. Chiediamo questo soprattutto in onore della memoria delle vittime e per rispetto delle sofferenze dei loro familiari. Ma lo chiediamo anche in nome dei valori comuni che devono essere alla base della fiducia e del partenariato tra i popoli vicini in tutta Europa”.