ABORTO A ROSSANO

Una tragica sconfitta

Dallo sconcerto al risveglio della coscienza?

"È da registrare, in maniera sempre più grave, il diffondersi di una cultura della morte totalmente non rispettosa dell’essere umano tradotta in una prassi che, come in questo caso, assume connotazioni barbariche, sovvertendo i fondamentali principi di cura e soccorso della vita umana, naturalmente presenti nell’uomo e, in misura maggiore, proprie della professione medica". È la presa di posizione di mons. Santo Marcianò, arcivescovo di Rossano-Cariati, dopo l’episodio verificatosi il 26 aprile presso il presidio ospedaliero di Rossano, dove un feto di 22 settimane ha continuato a vivere anche dopo diverse ore che la mamma era stata sottoposta ad un intervento per l’interruzione di gravidanza a causa di una malformazione del nascituro.

Episodio sconcertante. Ad accorgersi del fatto il cappellano dell’ospedale don Antonio Martello che si era recato a pregare davanti al feto: "Mi sono recato nel reparto di maternità per pregare, come di consueto dopo gli aborti – ha detto il sacerdote – vicino al feto. Subito mi sono accorto che il feto era vivo. Di qui la mia segnalazione al medico di guardia che ha provveduto ad attivare l’assistenza necessaria in seguito alla quale si è però reso indispensabile il trasferimento presso il centro di neonatologia dell’ospedale dell’Annunziata di Cosenza" dove lunedì notte è morto. Per mons. Marcianò, "appare sconcertante l’arbitraria superficialità dei sanitari nell’omettere qualsiasi tipo di cura e rianimazione del bambino il quale, nonostante ciò, ha continuato a sopravvivere autonomamente".

Riflettere sul dramma dell’aborto. Il caso, sottolinea l’arcivescovo, "deve portare la comunità civile a riflettere sulla drammaticità rappresentata dall’aborto in quanto soppressione di un essere umano e, nello specifico, sulla illiceità del definirlo ‘terapeutico’. In quanto tale, infatti – si legge in una nota della diocesi – questo non rappresenta una cura ma, semmai, rafforza quella mentalità eugenetica dilagante che, non solo aumenta il ricorso all’aborto stesso, ma pone seri interrogativi sul presunto beneficio che esso abbia sulla salute della donna e sul significato naturale della maternità, nonché ci invita a considerare con quanta facilità sia trattata in modo ‘non umano’ una persona gravemente malformata o anche semplicemente non voluta". "Ci auguriamo che questa vicenda – conclude il comunicato della diocesi – apra un serio e fecondo dibattito e che porti tutti a collaborare affinché il valore della vita e di ogni persona umana sia riconosciuto come il fondamento di una società civile e giusta".

Una "cultura per la vita". Il caso di sopravvivenza all’aborto, verificatosi in Calabria, "non è certo il primo", afferma Carlo Casini, presidente del Movimento per la vita: "Mi auguro che, almeno a quel neonato sia attribuita la dignità di essere registrato all’anagrafe come bambino nato". Casini si domanda "che cosa è stato fatto affinché la mamma non si trovasse sola nel dramma della sua gravidanza? È stata informata che vi sono famiglie che sarebbero state disposte ad accogliere il suo bambino, anche se malformato?". Il neonato di Rossano "ci richiama a una cultura per la vita", scrive in una nota l’Associazione "Scienza & Vita": "Nessuno si è preso cura né si è fatto carico del neonato appena abortito a Rossano, come anche la legge impone". Quanto accaduto è "l’ennesima conseguenza della costante banalizzazione dell’aborto – sottolinea il copresidente dell’associazione, Lucio Romano – ridotto sempre più frequentemente a mera procedura routinaria".

Il cuore di un prete. Una lettera aperta al piccolo, che chiama Marco, la scrive il direttore del settimanale diocesano di Cosenza ("Parola di Vita"), don Enzo Gabrieli, sottolineando che ad accorgersi che il nascituro era vivo è stato un prete: "Uno dei tanti preti che silenziosamente svolgono il loro ministero". "Un prete si è accorto di Te, ti ha fatto nascere, ha permesso al mondo intero di accorgersi della vita", scrive don Gabrieli: "Qualcuno avrebbe detto che tu eri malformato… ma forse gli si era ammalato il cuore ed era diventato incapace di accoglierti per quella paura che malforma anche l’animo". "È disumana una società che uccide i suoi figli più fragili", commenta il responsabile della Comunità Papa Giovanni XXIII Giovanni Paolo Ramonda rilevando "il totale abbandono" del piccolo. "Ma Giulio (lo chiama così, ndr) voleva vivere, vivere, vivere. Forse la sua unica colpa era quella di portare con sé una qualche disabilità e per questo non gli sono stati garantiti neppure i diritti e le cure che si riservano agli animali. E come lui in ogni ospedale, ogni giorno avviene nel più assordante silenzio il massacro degli innocenti". Dopo aver rinnovato la disponibilità ad "accogliere nelle nostre famiglie i più piccoli, i più rifiutati tanto da non meritare neppure il nome di bambini", la Comunità Papa Giovanni XXIII auspica "che sia ora la magistratura, con indagini serie e approfondite, ad accertare ogni responsabilità e condannare i colpevoli affinché orrori di questo tipo non accadano più".