educazione e fede

Per una libertà responsabile

Con una visione unitaria della vita

"La formazione di una identità può avvenire nella misura in cui le principali realtà educanti (dalla famiglia alla scuola, agli ambienti di socializzazione) non cadono vittima del paradigma della neutralità e della frammentarietà", ma offrono "una proposta educativa sorretta da una visione globale e unitaria della realtà". Lo ha detto don Andrea Toniolo, preside della Facoltà Teologica del Triveneto, inaugurando il 7 maggio a Padova, presso l’Istituto, il convegno "La questione educativa e la crisi della trasmissione della fede". Solo in questo modo, ha sottolineato, "le varie spinte educative possono essere raccolte in unità, incidere, sedimentarsi, e i diversi codici di comportamento" possono essere vagliati.

Un visione unitaria. Per don Toniolo, "l’educazione nella fede" offre una "possibilità di visione unitaria" e "non asettica" che riesce a "unificare la frammentarietà della vita, e allo stesso tempo promuove la libertà" provocandola a "prendere posizione". Una dinamica che "sembra innestarsi nel rapporto fra tradizione e identità personale, fra trasmissione di valori" e "scelta personale". Di qui l’importanza di "una differenziazione maggiore dei progetti educativi" e di "uno stile di comunicazione della fede chiaro e allo stesso tempo attento" alla persona. Per Giuseppe Angelini, docente alla Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale di Milano, "la crisi presente impone" di chiarire il rapporto "tra educazione e fede". "Nessuno educa nessuno; ci si educa insieme". Per questo "c’è bisogno di animatori più che di educatori". "Ingrediente essenziale è l’autorità", appannatasi soprattutto dopo la "tendenziale scomparsa" della figura del padre, "ingenuamente auspicata nel momento in cui ancora sfuggiva la consistenza effettiva del compito educativo". Tra le "emergenze" odierne Angelini indica "la pretesa" dei figli di approvazione di ogni loro comportamento da parte dei genitori, "solo per il fatto che essi sono figli", l’adolescenza "interminabile", e "il difetto di speranza dei giovani" di fronte al quale "gli adulti fondamentalmente fuggono". "Occorre – conclude il teologo – smentire il pregiudizio" secondo il quale "per educare occorrerebbe avere occhi soltanto per il minore e trattenere le proprie convinzioni", e bisogna "sottrarre i genitori alla solitudine nella quale vivono la loro responsabilità educativa".

Nuovi media e annuncio. Oggi i segni linguistici "sono sostituiti dalle immagini mediatiche e di massa", "la capacità di linguaggio viene decurtata" e "il repertorio spirituale di cui ogni parola del linguaggio religioso si nutre" viene "manipolato e a lungo termine distrutto". Secondo Klaus Müller, docente all’Università di Münster, con la scomparsa della "sensibilità per i riferimenti e le sfumature", anche i contenuti "divengono più superficiali" e l’informazione "consumabile". Ciò rappresenta una seria "sfida per l’annuncio", resa ulteriormente complessa dall’attuale "processo di estetizzazione del mondo e della vita". In tale orizzonte, pur sapendo che "il mezzo è il messaggio", "l’annuncio mediale" non "si lascia sedurre dalla formalità del bello". Richiamando le controverse foto con le quali Oliviero Toscani affermava di "voler combattere la bugia e le false immagini", Müller ne ha citato la celebre dichiarazione: "Le chiese, con la croce, possiedono un Logo da nulla superabile ma che siamo del tutto incapaci di usare". "Qualcosa di questa ‘camminata in cresta’ – conclude Müller – dovrà anche impararlo chi si mette al servizio dell’annuncio cristiano, se desidera, in modo responsabile, prendere parola nell’areopago dei nuovi media".

Un’alleanza "promettente". Nella vita dei credenti "formazione cristiana e formazione umana procedono insieme e tendono ad essere un’unica cosa. I cristiani offrono con ciò un contributo educativo a chiunque, per l’intrinseco potenziale di umanizzazione connesso alla pratica e al discorso" di fede. Lo ha detto concludendo il convegno Roberto Tommasi (Facoltà Teologica del Triveneto), secondo il quale "un’alleanza educativa tra l’istituzione cristiana e gli altri agenti – familiari, culturali, sociali – dell’educazione, alleanza che rispetti le caratteristiche e l’autonomia di ciascuno e nello stesso tempo sappia mettere a confronto e in rete le diverse esperienze educative, si rivela propizia e promettente per tutti". Di fronte all’odierna "fragilità delle identità", sempre "in trasformazione, riprese e rielaborate dai singoli in prima persona perché non derivano più principalmente da prescrizioni e trasmissioni fissate", educare non è possibile, avverte il teologo, "se non a condizione di attestare e testimoniarsi reciprocamente ciò in cui si crede per vivere". Spetta ai genitori, primi educatori, "rendere ragione ai figli del carattere promettente della vita che hanno loro dato. Ai cristiani poter dire Dio come promessa per il cammino degli uomini". Dalla fede che illumina "l’apertura del nascere e del morire" e "l’apertura alle relazioni con l’altro", emerge "una speranza per la propria vita che è anche speranza per la vita degli altri". Prospettive dalle quali, conclude Tommasi, "l’educazione esce trasfigurata".