PACE E GIUSTIZIA
Religioni, culture e diritti umani
“Religioni, culture, diritti umani: relazioni complesse in evoluzione” è il titolo della Conferenza internazionale tenutasi il 12 e il 13 maggio a Roma (ministero degli Affari Esteri), per iniziativa dalla sezione italiana della Conferenza delle religioni per la pace insieme all’Istituto per gli studi di politica internazionale (Ispi), sotto l’alto patronato della presidenza della Repubblica. A conclusione della due giorni, è stato presentato un documento finale al ministro Franco Frattini. Si legge, tra l’altro: “Una nuova civiltà umana, di pacifica ed equa convivenza, non può che pretendere al consenso universale sui diritti e sulla dignità di ogni essere umano e non può ignorare il ruolo fondamentale delle religioni per la costruzione di una cultura di pace e di giustizia dell’unica famiglia umana, con una sola cittadinanza terrestre”. Sono intervenuti relatori di tutti i continenti e di diversa formazione culturale e professionale e di diversa fede: cristiana, ebraica, islamica, induista, sikh.
Religioni. Le religioni sono spesso “catalizzatori di tensioni sociali” e “strumento di lotte di potere”. Invece, “hanno a cuore i problemi dell’uomo e della società” e svolgono un “ruolo imprescindibile” per la “costruzione di un nuovo ordine mondiale” e “la promozione della pace, della giustizia, dell’armonia tra i viventi e con il creato”, poiché “sviluppano la coscienza condivisa di una sola comunità umana di destino”. Questo, in sintesi, il contenuto di numerose relazioni. Con un riconoscimento, espresso per voce di p. Bernardo Cervellera, direttore dell’agenzia “Asia News”: “La libertà religiosa non è un diritto a fianco agli altri, ma è la sintesi e la base di tutti i diritti, la cartina di tornasole sul grado di libertà di un Paese”. In Asia – ha riferito p. Cervellera – vive quasi la metà della popolazione mondiale, ed è il continente che ha il “primato delle violazioni della libertà religiosa”. I primi nella “classifica nera”: Arabia Saudita, Yemen, Pakistan, Butan, Corea del Nord, India e Cina. “La mancanza di libertà religiosa non è legata alla povertà”, ha affermato il missionario. Avviene “anche nel paradiso turistico delle Maldive, dove è vietata ogni manifestazione pubblica di fede”. “La repressione della libertà religiosa è violenza contro la persona, la società e il futuro di un Paese. Non si accontenta di distruggere gli individui, ma annienta chiese, scuole, luoghi di ritrovo. Mira a distruggere ogni influenza che la religione ha sulla cultura e sulla società”. In particolare, per quanto riguarda la religione cristiana: in India, si registrano “nuove persecuzioni, con la distruzione di interi villaggi”. In Cina, “sono vietate le scuole a conduzione religiosa”. In Iraq, “le persecuzioni contro i cristiani vanno di pari passo con quelle contro l”intellighenzia’ irachena: l’eliminazione di intellettuali e scienziati sta distruggendo il Paese più della guerra”. Così, “cresce il fondamentalismo nei Paesi islamici, mentre nei Paesi atei aumentano le violazioni dei diritti umani e le tensioni sociali”. Ma “ci sono parti della società civile molto attive nella solidarietà, contro una montante indifferenza internazionale e il bieco mercantilismo”, e sono “segni di speranza”.
Culture. “Il dialogo interreligioso è interculturale”, parte dalla “conoscenza rispettosa delle differenti tradizioni”, con il “riconoscimento che l’altro è una parte di noi che non conosciamo”, “senza sincretismi, e neppure pregiudizi”. Lo ha affermato, tra gli altri, Vincenzo Scotti, sottosegretario al ministero degli Affari Esteri. Una “cultura dei diritti umani” è un’acquisizione recente dell’umanità. La Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo (1948), tuttavia, non è riconosciuta da tutti i popoli del mondo. In particolare, nei Paesi orientali, dove “c’è una diversa concezione della persona umana, dell’identità e della comunità”. Allora, “la costruzione di una società multietnica, multiculturale e multireligiosa è la grande sfida del terzo Millennio”. “Un diritto umano fondamentale emerge con chiarezza – ha detto Pasquale Ferrara, direttore dell’Unità di analisi e programmazione della Farnesina – il “diritto alla differenza”. “Da intendersi non come semplice tolleranza, ma come, appunto, un diritto umano fondamentale, che consente di trovare un punto d’intersezione tra le varie impostazioni culturali, politiche e religiose”. Il “terreno comune”, sul piano pratico, operativo, è nell’osservanza della “regola d’oro”: “Fai agli altri ciò che vorresti fatto a te”. A partire dalla “regola d’argento”: “Non fare agli altri ciò che non vorresti fatto a te”. “Il rispetto delle identità culturali e religiose è imprescindibile, ma non è di impedimento alla costruzione di una comune identità umana, globale, universale”, ha concluso Ferrara.
Diritti umani. I numeri delle violazioni dei diritti umani nel mondo sono inquietanti. Anche in molti Paesi cosiddetti civili, dell’Unione europea, per esempio, soprattutto di donne e bambini, perlopiù in ambito domestico e spesso nell’indifferenza delle Istituzioni. Alcuni dati mondiali, e in particolare per l’Africa, sono stati presentati da Gemma Vecchio, presidente dell’associazione Casa Africa. Ogni anno, muoiono oltre 10 milioni di bambini sotto i 5 anni, in 70 Stati poveri. Per effetto della guerra, in Africa, 5 milioni sono orfani. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, un quinto dei trapianti di reni è illegale. Le vittime dei traffici d’organi sono oltre 800 mila. Sono 150 milioni i bambini abbandonati: 200 mila nei Paesi europei, con il triste primato del Regno Unito: 150 mila.