sinodo medio oriente

Un esame di coscienza

Intervista con il relatore generale del Sinodo

Un tempo privilegiato per fare un esame di coscienza "nella verità e nella sincerità". Antonios Naguib, patriarca di Alessandria dei Copti (Egitto), rispondendo alle domande del SIR, parla così del prossimo Sinodo dei vescovi sul Medio Oriente che si svolgerà in Vaticano (10-24 ottobre) su "La Chiesa cattolica nel Medio Oriente: comunione e testimonianza". Il patriarca, che del Sinodo sarà il relatore generale, si sofferma anche sulle sfide che attendono la Chiesa in Medio Oriente e che rispondono alla comunione ecclesiale, alla testimonianza, tramite la catechesi e la liturgia da rinnovare ma restando fedeli alla tradizione, all’ecumenismo e al dialogo con l’ebraismo e l’islam. Ma il Sinodo rappresenta anche una grande opportunità per richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica sulla situazione reale delle Chiese mediorientali, grazie ai media. "Non si tratta – afferma – di lanciare accuse contro nessuno, ma d’illustrare con maggiore precisione le realtà in cui viviamo".

Quello di ottobre sarà il primo Sinodo sul Medio Oriente: qual è la genesi di questa scelta e quali le motivazioni?
"È la prima volta di un Sinodo ‘speciale’ per il Medio Oriente. I vescovi della regione avevano espresso in varie occasioni il bisogno di tenere un tale Sinodo. Benedetto XVI ha benevolmente accolto questo desiderio annunciandoci la decisione nel suo incontro con i patriarchi e gli arcivescovi maggiori orientali a Castelgandolfo, il 10 settembre 2009. È un’assemblea ‘speciale’, perché siamo consci che la nostra regione del Medio Oriente ha una fisionomia e dei problemi comuni particolari. Non ci sentiamo pienamente a casa sia con l’Africa sia con l’Asia. Penso che questa scelta avrà le sue ripercussioni sulla Chiesa universale. Di fatto molti non conoscono o conoscono poco le Chiese Orientali. Il Sinodo attirerà l’attenzione sulle nostre Chiese, sul nostro contesto di vita e di missione, e sul nostro ricco patrimonio ecclesiale, patristico, spirituale e culturale. Darà anche l’occasione di conoscere i problemi che affrontiamo e in cui viviamo. Così come metterà in luce la testimonianza di fede, spesso eroica, che le nostre Chiese danno silenziosamente".

Cosa rappresenta il Sinodo per le Chiese orientali?
"Questo Sinodo ci permetterà prima di tutto di guardare a Cristo e alla Chiesa degli apostoli e dei nostri padri nella fede, per vedere a che punto siamo nel portare il loro messaggio alla generazione odierna, cristiana e non cristiana. Dunque è in primo luogo un esame di coscienza nella verità e nella sincerità. In secondo luogo è un forte richiamo a vivere la comunione all’interno di ogni Chiesa sui iuris, tra le nostre Chiese, che hanno tanto in comune, con la Chiesa cattolica universale, con le altre Chiese, e con i nostri fratelli e sorelle non cristiani".

In che modo il Sinodo potrà rappresentare un "esame di coscienza"?
"Offrendoci l’occasione di discutere sulle condizioni attuali delle nostre Chiese, per metterne in luce sia gli aspetti positivi sia quelli che hanno bisogno di sforzi speciali per rispondere alla nostra vocazione di essere luce e sale nelle rispettive società. Ognuna delle nostre Chiese avrà da studiare in profondità l’appello e il messaggio del Sinodo, che sarà espresso prima nell”Instrumentum Laboris’, poi nelle proposizioni dei padri sinodali, e in modo particolare nella lettera postsinodale del Santo Padre quando ce la indirizzerà".

Tra meno di venti giorni, a Cipro, Benedetto XVI consegnerà ai padri sinodali l’"Instrumentum laboris". Può anticipare alcuni punti del documento?
"I punti sono quelli contenuti nei ‘Lineamenta’ che mettono, innanzitutto, l’accento sulle sfide che attendono la Chiesa cattolica nel Medio Oriente e che chiedono risposte nella quotidianità. Sfide che si chiamano comunione nella Chiesa cattolica e tra le varie Chiese, tra i vescovi, il clero e i fedeli; testimonianza, tramite la catechesi, la liturgia che è da rinnovare ma nella fedeltà alla tradizione; ecumenismo e dialogo con il Giudaismo e l’Islam; la testimonianza nella città di fronte alla modernità. Sfide che pongono la domanda, ‘quale avvenire per i cristiani del Medio Oriente?’, ma che fanno anche riecheggiare la parola di speranza del Vangelo di Luca, ‘non temere piccolo gregge’".

Sfide che chiedono anche un prezzo di sangue, basti pensare alle violenze anticristiane, in Iraq e nello stesso suo Egitto, dove nello scorso Natale ci fu la strage di Nagh Hamadi. Com’è la situazione adesso in Egitto?
"La nostra situazione attuale, dopo il drammatico evento a Nagh Hamadi, in cui 6 cristiani furono uccisi insieme ad un musulmano, ci vede in attesa di una sentenza giudiziaria che dimostri come l’ordine pubblico voglia veramente rendere giustizia e rispettare la vita e i diritti di tutti. Devo anche dire che in seguito a questo doloroso evento, molti scrittori musulmani hanno condannato l’atto e portato l’attenzione sul pericolo della violenza e del fanatismo. Speriamo che sia l’occasione di una ripresa di maggior avvicinamento tra musulmani e cristiani, e di uno sforzo serio per combattere le cause del fanatismo".