GIOVANNI PAOLO II

La sua forza

Due testimonianze “laiche”

“Nel ventesimo secolo abbiamo avuto Papi d’eccezione, ma Giovanni Paolo II è stato senza dubbio una sorpresa, non solo per la sua forza spirituale, ma soprattutto per la forza del suo magistero”. Lo ha detto Giuseppe Dalla Torre, rettore della Lumsa, aprendo il 18 maggio l’incontro promosso a Roma – nella sede del citato ateneo – dal Centro universitario cattolico (Cuc), struttura della segreteria generale della Cei, sul tema: “L’inatteso pontificato di Giovanni Paolo II”. L’iniziativa, che si è svolta proprio nel giorno in cui Karol Wojtyla avrebbe compiuto 90 anni, è frutto dell’unità di ricerca storiografica su “Roma, l’Italia e il mondo nel pontificato di Giovanni Paolo II”, che intende approfondire diversi aspetti della figura e dell’opera di un Papa che ha cambiato la storia. Di quest’ultimo, Dalla Torre ha messo in evidenza, come tratti del tutto singolari, “il suo stile pastorale, il suo apostolato itinerante, ma anche la sua azione di governo, fatta anche di accordi con Paesi nuovi, di tradizione non cattolica o non cristiana”.

Il debito della storia. “C’è un debito della storia verso Giovanni Paolo II”. Ne è convinto Andrea Riccardi, ordinario di storia contemporanea all’Università “Roma Tre”, secondo il quale “il nostro è un tempo profondamente revisionista: nessun personaggio resiste senza il lavorio incessante della storia. È la storia la vera giustizia che possiamo rendere alla grandezza di Karol Wojtyla”. I due Conclavi del 1978, ad esempio, quando la Chiesa “era scossa da una crisi al suo interno: non solo per la morte di papa Luciani, ma per un decennio, quello tra gli anni Sessanta e Settanta, che aveva visto una vera e propria rivoluzione culturale e, nel 1968, una grande rivoluzione antropologica, con la centralità del soggetto supportata dal consumismo. Un fenomeno che ha fatto considerare da molti la ‘perdita’ dell’Occidente, da parte della Chiesa, come un destino inevitabile”. Come uscirne? Fu questa, per Riccardi, la domanda che si posero i 111 cardinali che il 14 ottobre 1978 entrarono in Conclave. Tale domanda, in realtà, nascondeva altre due domande più profonde: “Cosa significa essere cattolici dopo il Concilio Vaticano II?” e “come governare la Chiesa?”. Quando Karol Wojtyla, il 16 ottobre 1978, venne eletto Papa (con 99 voti su 111, contro i 98 di papa Luciani), “fu una sorpresa per i media, ma non per il ristretto cerchio dirigente della Chiesa cattolica. In Occidente l’opinione pubblica non lo capì, perché mise in crisi l’etichetta cattolica progressista-conservatore, categoria allora imperante e tutta improntata sulla politica”. Tra i tratti caratteristici del pontificato wojtyliano, Riccardi ha segnalato il suo rapporto con i movimenti e le associazioni ecclesiali, culminato nella Pentecoste del 1998 ma in realtà cominciato 20 anni prima: “Per lui il rapporto con i laici era essenziale, era impossibile pensare un ministero episcopale senza di essi”.

La svolta e lo sguardo. “La visita alla Sinagoga è l’unica occasione in cui mi ricordo di aver pianto, guardando mia moglie, consapevole di aver assistito ad una svolta della storia”. A rivelarlo ai presenti è stato Arrigo Levi, saggista e giornalista, all’epoca dell’elezione di Giovanni Paolo II apprezzato “cremlinologo” in Italia e all’estero. “Quando è stato eletto – ha detto Levi – ho fatto la mia prima e unica profezia: questo è il principio della fine dell’Unione sovietica”. “Fra le linee di crisi del modello staliniano – ha spiegato infatti l’esperto – oltre naturalmente al fallimento del modello socio-economico, c’era la collana dei Paesi satelliti. La Polonia non era stata mai domata, perché c’era la Chiesa cattolica”. In quel contesto, secondo Levi, “l’elezione del Papa polacco al soglio pontificio sembrò un fatto assolutamente dirompente, anche perché c’era stata la rivoluzione di Solidarnosc, il primate polacco era compromesso e la Polonia stava esplodendo”. Quando Giovanni Paolo II pronunciò lo storico discorso nel suo viaggio in patria, il 16 gennaio 1982, “dimostrò che la voce del Papa non era stata messa a tacere dall’attentato turco-bulgaro dell’anno precedente: in Polonia la fiamma della rivolta rimase accesa e farà da esca ad un processo distruttivo”. “Non so se i cardinali riuniti in Conclave fossero davvero pienamente consapevoli di quello che stavano facendo”, il commento conclusivo di Levi a proposito dell’avvento, sulla scena della Chiesa e del mondo, del primo Papa non italiano dai tempi di Adriano VI, capace “di riconoscere la qualità di un uomo guardandolo negli occhi”: “Di certo i cardinali hanno fatto una cosa che ha cambiato la storia del mondo, e l’ha cambiata in meglio”.