THAILANDIA

Un solco profondo

Per ora hanno vinto le armi

Il cambio di marcia c’è stato. Ma nella direzione sbagliata. A Bangkok l’esercito ha circondato le camicie rosse che da oltre due mesi hanno occupato il quartiere commerciale frequentato dai turisti stranieri e ha attaccato. Altri morti si sono aggiunti alle decine di vittime delle ultime settimane, fra di loro anche un giornalista italiano. Molti palazzi dati alle fiamme e il coprifuoco è stato imposto in ben 23 provincie del Paese. Apparentemente l’esercito, o meglio le armi, hanno vinto il primo round. Ma la situazione è tutt’altro che risolta.
Ma che cosa ha suscitato la tensione tra camicie rosse e governo? Le camicie rosse sono un movimento composito, creato in parte in solidarietà all’ex premier Thaksin Shinawatra e in parte intorno al malcontento delle popolazioni rurali contro il governo e l’élite della capitale. Thaksin, un uomo dalla storia composita, che ha cambiato mille lavori prima di fare fortuna con l’introduzione della telefonia cellulare in Thailandia, ha governato il Paese allargando le tutele sociali nelle provincie più povere e conquistando il consenso del popoloso Nord del Paese. Ma i suoi accusatori affermano che la legislazione sociale serviva solo per comprare i voti che gli permettessero di fronteggiare l’élite tradizionale di Bangkok che non lo ha mai accolto, ma soprattutto per avere le mani libere di arricchire con i soldi pubblici le sue imprese.
Il potere di Thaksin termina nel 2006, deposto da un colpo di stato militare non cruento. I militari rimangono al potere per un anno, quindi rendono il potere al Parlamento. Le elezioni danno una maggioranza legata ai sostenitori di Thaksin, che suscita le reazioni dei militanti del Pad, l’Alleanza del popolo per la democrazia, che arrivano ad occupare l’aeroporto internazionale di Bangkok indossando camicie gialle per protestare contro i brogli e la corruzione. Dopo mesi di confusione e alcuni cambi di casacca in Parlamento, viene formato l’attuale governo guidato da Abhisit Vejjajiva. Abhsit è un quarantaquattrenne del Partito democratico, nato in Inghilterra, con studi a Eton e Oxford, che da sempre si dichiara contro la corruzione. Non fa parte del Pad, ma tra i suoi ministri ha nominato alcuni falchi delle camicie gialle, una scelta che non favorisce il dialogo.
La situazione infatti si tende quando, nel 2008, la corte thailandese avvia un procedimento contro l’ex premier per conflitto di interessi e corruzione. Thaksin lascia il Paese, mantenendo contatti quotidiani con la sua base attraverso blog, twitter e continue comunicazioni mail. Intorno alla sua difesa si forma il movimento delle camicie rosse che chiede nuove elezioni perché si formi un governo democraticamente eletto. Ma la richiesta rimane senza risposta. Le manifestazioni di protesta si susseguono sempre più tese, con un culmine di violenza nel febbraio 2009. Nel marzo 2010 termina il processo contro Thaksin cui viene confiscata buona parte delle proprietà. La sentenza alimenta nuove proteste e le camicie rosse occupano la zona commerciale del centro di Bangkok. Questa volta però la difesa del vecchio leader è solo una scusa per sollecitare il governo, che in 3 anni non ha fatto molto, né contro la corruzione né per convocare nuove elezioni, mentre ha tentato di indebolire la legislazione sociale. Viene presentata un’agenda a cui il governo non risponde. Le camicie gialle premono perché l’esercito intervenga, il premier Abhisit tentenna e la situazione si fa sempre più tesa. Sino allo scontro di queste ore.
Il sangue versato non scoraggia dal difendere una causa. Se mai rende più forte la convinzione. O il rancore. Le immagini di "France 24" hanno mostrato le camicie rosse arrestate dalla polizia in queste ore: donne, ragazzi, monaci. Difficilmente la scelta militare di Abhisit risolverà la crisi. L’aver esteso il coprifuoco rivela la consapevolezza che la tensione nella capitale ha echi in tutto il Paese, in particolare nel Nord rurale dove il governo non ha consenso. Abhisit si rivela un leader debole, ostaggio degli estremisti, dei militari e delle élite tradizionali che non vogliono cedere il potere.
Che succederà ora? Il re ottantatreenne e malato non ha fermato le crisi in passato e non è più in grado di farlo ora. Senza un nuovo dialogo politico l’eventuale calma sarà solo provvisoria, in attesa di una nuova tensione. Dopo gli anni di tensione, i morti di questi giorni segnano un solco profondo fra le parti, che non può essere colmato facilmente. Nel governo sembrano mancare le risorse, o il coraggio, per la scelta più semplice: convocare nuove elezioni. E sul piano internazionale l’Asean, l’Associazione delle nazioni del Sud Est asiatico, balbetta. Il suo vertice ha lanciato un invito la settimana scorsa ma in forma assai debole, peraltro mancano all’istituzione strumenti per intervenire nelle crisi nazionali. Un’istituzione regionale più autorevole avrebbe potuto giocare un ruolo diverso e risparmiare vite umane. Ne dovrebbero riflettere i critici dell’integrazione europea.

Riccardo Moro