MAREA NERA
Per una nuova cultura, una nuova norma, una nuova industria
Tutti concordano a dire che si tratti del maggiore incidente ambientale nella storia degli Stati Uniti. Ma col passare dei giorni il disastro petrolifero del Golfo del Messico esce dalla dimensione nazionale per diventare uno degli episodi più gravi nella storia dei rapporti dell’uomo con il creato. Al di là di inutili allarmismi, è evidente a tutti che senza un intervento risolutivo la situazione si aggrava quotidianamente, con conseguenze per ora assai poco calcolabili su flora e fauna marina, sulle condizioni delle coste e, potenzialmente, sull’equilibrio biologico di zone anche molto lontane dalla Louisiana. L’incidente alla piattaforma petrolifera della British Petroleum (Bp) è infatti accaduto nelle acque interessate dalla Corrente del Golfo, che ogni anno si muovono nell’Atlantico a portare nel Nord Europa salmoni, ma soprattutto calore. Nessuno sa davvero quale impatto si potrà determinare se la fuoriuscita del greggio continuerà. Né lasciano tranquilli le soluzioni drastiche, come la proposta russa d’intervenire con un’esplosione nucleare, per sciogliere parte della crosta terreste e cristallizzarla tappando definitivamente il foro attuale.
Di fronte a questa storia di umana mediocrità sorgono due considerazioni immediate. La prima riguarda le attenzioni verso l’ambiente. Negli ultimi anni se ne è parlato sempre di più, ma quando dalle considerazioni teoriche occorre passare alle scelte concrete è difficile trovare intese comuni. Lo ha dimostrato in modo evidente l’insuccesso della recente Conferenza internazionale di Copenhagen. L’attività umana, senza una responsabile concertazione, rischia di compromettere la Terra: abbiamo una responsabilità verso le generazioni future. Questo significa che occorre con rigore porsi il problema della governance non solo ambientale ma industriale. Non possiamo continuare a non interrogarci su che cosa produciamo, come, dove e per chi. La soluzione prevalente nelle istituzioni internazionali e nei governi lascia fare al mercato, limitandosi ad usare qualche incentivo che premi le buone pratiche. Gli incentivi non bastano. Anzi, rischiano di legittimare l’irresponsabilità: pago quindi posso inquinare. Se non si rendono obbligatori i comportamenti che riducono l’impatto inquinante, nessuno che si muova in una logica di profitto si farà carico di maggiori costi per tecnologie più pulite. E se non si accompagnano le norme con una forte azione culturale ed educativa, la legge rimarrà riferimento da aggirare, anziché norma condivisa che orienta eticamente i comportamenti.
La seconda considerazione concerne le multinazionali. La British Petroleum è un colosso dell’industria petrolifera, una delle più grandi e ricche società del mondo. Il suo bilancio è largamente superiore a quello di molti Paesi del Sud. Di fronte a questo disastro sta tentando d’intervenire, speriamo con efficacia. Obama ha dichiarato subito che sarà la Bp a pagare. Ma la società britannica, per quanto grande, è in grado di risarcire i danni creati? Quanto vale una spiaggia rovinata? Quanto vale il metabolismo degli essere viventi colpiti dal greggio, che in parte moriranno e in parte sopravvivranno con minori capacità di rendere il mare quello straordinario e insostituibile filtro attivo del pianeta che è oggi? Quanto vale un’atomica dei russi? Quanto valgono le conseguenze delle radiazioni che si diffonderanno… Ci spostiamo su un campo in cui non esistono regole, parametri e abitudini acquisite. Diventa chiaro che non è più materia per imprese, ma per le comunità, per lo Stato. Ci si chiede se è ammissibile che società private possano gestire in autonomia responsabilità cosi grandi, da determinare, in caso di errori, conseguenze su generazioni.
È possibile apparire retorici o sognatori con domande di questo tipo. I più “seri” guardano ad altro: a quanto tempo sarà necessario per attivare una piattaforma nuova, ai dettagli dei contratti assicurativi per vedere come scaricare sulle società di assicurazione il costo dell’incidente, a come profittare del calo di popolarità di Obama-Superman incapace di risolvere l’incidente. Ma è davvero serio agire così? Cambiare si può. Si possono promuovere in modo diverso le energie alternative, come l’eolica, la solare e l’idrica, e sostenere gli interventi di risparmio energetico (in Italia sono buoni gli incentivi per gli impianti solari ma farraginosi e fastidiosamente regressivi quelli per il risparmio energetico). Accanto a questo si può rivedere completamente a livello mondiale il sistema di concessioni per le estrazioni, sia dal punto di vista tecnico, sia da quello fiscale, perché chi usa una risorsa che è nei fatti pubblica lo faccia davvero nell’interesse comune e non solo in ragione del proprio portafoglio. Gli abitanti della Louisiana, purtroppo, hanno imparato dai fatti che cosa è prioritario. Dobbiamo impararlo anche noi: le loro spiagge sono le nostre spiagge.
Riccardo Moro