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Per uscire dalla crisi dell’euro
Quanto più i ministri delle Finanze e i capi di Governo dei Paesi dell’Euro si sono sforzati nelle ultime settimane di stabilizzare la moneta comune, tanto più risulta evidente che non è l’Euro a dover essere salvato, bensì che è in gioco il futuro dell’Unione europea e la sua capacità di governare. Si tratta, in ultima analisi, della questione di quali organi dell’Unione debbano essere dotati di sovranità, di chi la deve esercitare e se gli Stati membri sono pronti a sottoporsi alla disciplina comunitaria.Un gruppo di Stati sovrani che si adopera in un’area politica centrale per un’ampia integrazione, può continuare ad esistere con successo nel lungo periodo, traendo vantaggio da questa integrazione, solo qualora i membri siano disposti a trasferire la propria sovranità (nella misura in cui ciò sia oggettivamente necessario per la ‘governance’ dell’area politica corrispondente) ad organi comunitari, per esercitare questa sovranità in modo comunitario. Questo è quanto ci insegna la crisi scatenata dal caso Grecia, sull’esempio della divisa. L’unione monetaria va necessariamente combinata con l’unione economica. Non è stata tuttavia realizzata un’unione economica adeguata per l’unione monetaria che sia basata su una comunità solidale ad essa legata. Non esiste una politica economica comune per l’area della divisa comunitaria. Esiste un governo monetario, la Banca centrale europea; ma non esiste un governo economico. Questo è il problema. Per superare la crisi, è perciò importante ottenere innanzitutto che i responsabili degli Stati membri si costringano a compiere il passo decisivo verso il trasferimento della loro sovranità all’Unione europea in materia di politica economica. Finora, si sono sistematicamente rifiutati di compiere questo passo. La storia delle conferenze di governo e dei trattati di revisione degli ultimi venti anni, che dovevano rendere l’Unione in grado di affrontare il futuro, non è solo una storia di importanti progressi nell’integrazione, ma è anche la storia del rifiuto di compiere il passo decisivo per costruire un governo europeo federale. È spiacevole doverlo constatare, poiché in questi anni gli Europei hanno comunque compreso che la globalizzazione rappresenta una nuova, grande sfida da affrontare e che con il dissolvimento dell’ex potenza mondiale Unione Sovietica l’Europa ha potuto infine realizzare una riunificazione che ha portato come conseguenza ad un ampliamento dell’Unione a 27 Stati membri. Anche a causa di queste ragioni sarebbe stato urgente e necessario dare finalmente all’Europa un governo. Alcuni provvedimenti che ora caratterizzano gli sforzi di riforma vanno in direzione di una disciplina più severa del bilancio e delle finanze degli Stati membri. La direzione è quella giusta. Ma non basterà se la Commissione europea, in quanto esecutivo dell’Unione, non sarà dotata delle competenze e degli strumenti atti a controllare e garantire il comportamento conforme alla comunità da parte dei Membri in questo ambito. I governi avranno la volontà politica di percorrere questa strada? Difficilmente; o meglio: non ancora. Sfortunatamente, nella gran parte dei casi, la volontà politica viene creata solo – e troppo spesso, troppo tardi – quando la necessità la rende inevitabile, ossia quando il danno si è già verificato e gli Stati membri non sanno più come risolvere i problemi con i loro strumenti nazionali.