BELGIO
Intervista a Eric de Beukalaer sulle elezioni
La grande sfida del Belgio, trovare un accordo percorribile in cui possono convivere le due diverse anime del Paese. Ma anche un grande compito, quello di trovare un equilibrio tra unità e regionalismo e proporlo come modello di convivenza agli altri popoli europei. È quanto emerge da questa intervista a Eric de Beukalaer, portavoce della Conferenza episcopale del Belgio, che a SIR Europa commenta, “a titolo del tutto personale”, i risultati delle ultime elezioni avvenute nel Paese. Si dice che le elezioni hanno rispecchiato la divisione del Paese tra Nord e Sud. E così? “La situazione del Belgio è in un certo senso comparabile ad altri Paesi del continente europeo. Basta pensare alla Bretagna e alla Corsica per la Francia o alla Padania per l’Italia. Questo vuol dire che nella storia dell’umanità ci sono sempre stati dei flussi in cui si sono alternati grandi e piccoli insiemi. È nell’ordine della storia umana. È a partire dal XIV secolo fino alla prima guerra mondiale che si sono formati gli Stati europei. Dopo questo periodo si è andata creando una coscienza più planetaria fino a raggiungere i tempi attuali in cui si può davvero affermare che il mondo è divenuto un villaggio. Ma proprio nel momento in cui l’orizzonte si è allargato, i cittadini stanno ricercando con maggiore interesse le loro radici locali. Sono fenomeni che rivelano quanto le identità regionali in Europa stiano prendendo interesse”. E il Belgio?“Il Belgio si è creato a partire da due grandi comunità linguistiche. Si può davvero dire che il Paese si trova alla frontiera tra due grandi influenze del mondo occidentale, e cioè tra la cultura germanica e la cultura latina. E la frontiera delle frontiere si trova proprio nella sua capitale. Bruxelles è una città fiamminga che è divenuta francofona. Direi quindi che Bruxelles può davvero essere additata come simbolo della complessità dell’Unione europea come pure del Belgio”.E le elezioni, cosa hanno rilevato?“Le elezioni hanno manifestato che una grande maggioranza di fiamminghi hanno espresso il desiderio di avere maggiore peso, e quindi hanno votato per un partito che ha promesso proprio questo. Nella parte sud del Paese invece la gente ha votato in maggioranza per il partito socialista perché era il partito che più si è battuto per la sicurezza sociale. Sono due partiti che hanno progetti politici differenti e la prospettiva futura sarà quella di trovare un accordo”. Come Chiese, guardate con preoccupazione questo passaggio del Belgio?“I vescovi non hanno reagito, per il momento almeno perché rispettano l’autonomia politica del Paese. Certo è che l’episcopato belga ama questo Paese ma è pur vero che il Belgio non è un dogma cattolico: si può cioè essere buoni cattolici, anche senza credere al Belgio. Quindi i vescovi non si preoccupano. Rispettano i risultati dei dibattiti che si fanno, e semplicemente fanno appello alla grande capacità di compromesso che il Paese nella sua storia ha sempre dato prova. Il Belgio è un Paese estremamente complesso. Gli stessi belgi fanno fatica a comprenderlo. Ma è anche sempre stato un Paese che ha avuto un grande senso del compromesso”. Il Belgio è diviso da un Nord più ricco rispetto al Sud. Non vede dunque nella scelta elettorale una mancanza di solidarietà anche economica tra le due Regioni?“No, perché nessuno al Nord, vuole mettere da parte la solidarietà. Ci sono piuttosto progetti di società differenti. E ripeto, il Belgio ha sempre dato prova di un grande senso di compromesso e i vescovi auspicano che continui ad emergere questo “buon senso” per il bene comune del Paese e per il bene di tutti. Ma capire come in concreto far emergere questo bene comune, questo è un compito dei politici, non dei vescovi”. Ma davvero il Belgio rischia di dividersi in due?“Nessuno ha una palla di vetro per dire che cosa succederà ora. Certo, nessuno lo può escludere. Sebbene la maggior parte degli analisti in Belgio, curiosamente, affermano di avere speranza, dicendo che il fatto che ci siano due correnti politiche diverse, può alla fine rivelarsi un appello perché si trovi un accordo politico che sia non solo percorribile ma addirittura garante di stabilità. Mi sembra, usando una metafora, che in Belgio non ci sia ancora nessuno che facendo parte di un tavolo, abbia espresso per il momento il desiderio di lasciarlo. Semplicemente, ognuno arriva con la volontà di preparare il pasto in maniera differente per cui ora bisognerà trovare un accordo comune”.Molti Paesi europei si trovano nella stessa situazione. Che dato emerge?“È segno che l’umanità oggi ha bisogno di trovare un equilibrio. Ma è anche un segno di speranza. Il mondo sta diventando sempre più unificato. Lo attestano le grandi istituzioni internazionali, la spinta economica dei mercati mondiali, i flussi migratori. Ma allo stesso tempo sta emergendo in maniera molto forte che l’uomo ha bisogno di radici e che queste radici le stia cercando proprio a livello regionale. I cristiani iun questo senso possono svolgere un ruolo significativo perché membri di una Chiesa universale ma allo stesso tempo radicata nel locale. Ci sono da una parte i movimenti più mondialisti che presentano oltre alla qualità di aprire gli orizzonti di riferimento anche il rischio di perdere le particolarità locali. E ci sono i movimenti regionalisti che hanno il grande merito di ricordare che siamo tutti differenti ma possono cadere nella tentazione di rinchiudersi in se stesso. Bisogna trovare l’equilibrio. E la speranza è che il Belgio ne possa dare una prova”.