CROCIFISSO
Le Conferenze episcopali europee e l’udienza della Corte di Strasburgo
È fissata per il 30 giugno la riunione della Grande Chambre della Corte europea dei diritti dell’uomo che dovrà riesaminare la sentenza pronunciata da una Camera della stessa Corte di Strasburgo il 3 novembre 2009, contraria alla esposizione del crocifisso nelle scuole pubbliche italiane. La questione era stata sollevata da una cittadina italiana di origine finlandese che aveva intimato nel 2002 a un istituto scolastico di Abano Terme (Padova) di togliere il simbolo cristiano dalle aule, ritenendolo lesivo della libertà di educazione e di religione. Dopo una serie di pronunciamenti della magistratura nazionale, si era passati nel 2007 alla Corte europea, organismo facente parte del Consiglio d’Europa – non dell’Unione europea -, che applica la Convenzione di salvaguardia dei diritti dell’uomo definita nel 1950. Strasburgo ha quindi accettato nel gennaio 2010 il ricorso presentato dal Governo italiano contro la prima sentenza. La Grande Camera (17 giudici) durante l’udienza di fine giugno ascolterà le parti interessate e terrà conto anche delle memorie presentate dalle “parti terze” (una decina di Governi nazionali, un gruppo di parlamentari europei, alcune associazioni e ong). Si giungerà quindi – ma è possibile che occorrano alcuni mesi di tempo – a una nuova sentenza, che sarà definitiva e inappellabile, sulla cui applicazione vigilerà il Comitato dei ministri, massimo organo del Consiglio d’Europa.Alla vigilia dell’udienza molte Conferenze episcopali europee si sono pronunciate sul tema: pubblichiamo passi delle dichiarazioni pervenute a SIR Europa fino al 21 giugno.Italia: “non è un’imposizione””La presenza dei simboli religiosi e in particolare della croce, che riflette il sentimento religioso dei cristiani di qualsiasi denominazione, non si traduce in un’imposizione e non ha valore di esclusione, ma esprime una tradizione che tutti conoscono e riconoscono nel suo alto valore spirituale, e come segno di un’identità aperta al dialogo con ogni uomo di buona volontà, di sostegno a favore dei bisognosi e dei sofferenti, senza distinzione di fede, etnia o nazionalità. Auspichiamo che nell’esame di una questione così delicata si tenga conto dei sentimenti religiosi della popolazione e di questi valori, come pure del fatto che in tutti i Paesi europei si è affermato e si va sviluppando sempre più positivamente il diritto di libertà religiosa, di cui l’esposizione dei simboli religiosi rappresenta un’importante espressione”. Scozia: “segno di solidarietà””La croce non è una imposizione della religione ma piuttosto un invito e un segno di solidarietà cristiana con tutti i popoli. L’Europa è un continente multiculturale e pluralista dove Stato e Chiesa sono nettamente separati e i diritti dei credenti e non credenti sono rispettati. Rispettare queste distinzioni non significa che dovremmo respingere la tradizione culturale delle nostre nazioni. La preziosa eredità religiosa di molte persone e nazioni in tutta Europa, così come i valori della tolleranza e della libertà di fede propugnate nelle società democratiche sono in pericolo. Mi auguro che la Corte europea dei diritti dell’uomo voglia sostenere tali valori che sono parte integrante del nostro patrimonio cristiano. È nostro dovere di cristiani spiegare che la croce non è una imposizione della religione, ma piuttosto un invito e un segno di solidarietà cristiana con tutti i popoli”.Albania: “stimolo per crescita completa”Non proibire “l’esposizione pubblica, in particolare nei luoghi dove si formano le menti ed i cuori, dei simboli religiosi, nella certezza che questi simboli non sono di ostacolo”, ma di “stimolo ed esempio per una crescita completa dell’identità e dei valori delle nuove generazioni”. “La storia è di certo testimone nell’affermare e nel testimoniare le radici cristiane dell’Europa. La presenza dei simboli religiosi cristiani, ed il nostro riferimento si indirizza in modo particolare al simbolo della croce, non pretende escludere nessuno dalla propria esperienza religiosa”, ma anzi crea “legami di dialogo e scambio” a prescindere “dal proprio credo, etnicità o nazionalità”. “Nella cultura e tradizione cristiana la croce manifesta la salvezza comune e la libertà dell’umanità, un’esperienza non impositiva, il più alto grado di altruismo e generosità uniti ad una profonda solidarietà offerta a tutti” e, infine, “il perdono senza distinzione. Pur nella convivenza multietnica e multi religiosa ogni nazione ha il diritto-dovere di salvaguardare i segni religiosi e i simboli tipici della propria cultura”.Grecia: “vietarlo sarebbe una contraddizione””Nei Paesi di secolare tradizione cristiana, l’esposizione di simboli religiosi non dovrebbe essere vietata, in particolare nei luoghi dove si forma la coscienza di bambini e giovani. Il contrario sarebbe un contraddizione e una negazione del patrimonio religioso e culturale di un Paese. Una piccola minoranza non dovrebbe impedire alla stragrande maggioranza l’esercizio della propria fede religiosa, secondo le tradizioni del popolo. Allo stesso modo, la maggioranza non deve impedirlo alle minoranze. Il rispetto reciproco per le diverse tradizioni è necessario per il buon funzionamento di una società multiculturale. Ciò garantirà la coesistenza pacifica di tutte le religioni e condannerà ogni forma di fondamentalismo religioso, fonte di molti mali per l’umanità”.Slovenia: “riflette anche eredità culturale””Il crocifisso è un simbolo che riflette non solo l’eredità religiosa, ma anche culturale delle nazioni europee. La Slovenia così come altri Paesi europei è letteralmente cosparsa di chiese, crocifissi, ed altre immagini e segni religiosi in luoghi pubblici, che rappresentano tutti l’eredità nazionale e culturale della Slovenia. I simboli religiosi nei luoghi pubblici non servono come forma di discriminazione od esclusione, quanto piuttosto sono un’espressione di libertà e di democrazia, oltre che di rispetto per la tradizione secolare delle singole nazioni europee. La rimozione immotivata dei crocifissi e degli altri simboli religiosi non sarebbe altro che una forzata separazione dell’identità nazionale dalle sue tradizioni spirituali e culturali”.Ungheria: “forma più alta di altruismo””La presenza dei simboli religiosi cristiani, in particolare della croce non ha alcuna intenzione di escludere nessuno, esprime piuttosto una tradizione che tutti conoscono e in cui ciascuno può riconoscere un insieme di alti valori che incoraggiano il dialogo e spingono a mettersi a servizio dei sofferenti e dei bisognosi senza distinzione di fede, etnia o nazionalità. Il simbolo della croce è l’espressione della salvezza comune e della libertà dell’umanità. Esso non impone una religione, ma esprime la più alta forma di altruismo e generosità nonché il più profondo atto di solidarietà offerto a tutti. Pertanto le società di tradizione cristiane non dovrebbero rifiutare l’esposizione pubblica del loro simboli religiosi, in particolare nei luoghi in cui i loro bambini sono educati; altrimenti quelle società rischiano di fallire nel compito di trasmette alle future generazioni la loro stessa identità e valori. I simboli religiosi siano permessi dalla legge e per spontanea accettazione”.Bulgaria: “radici dell’Europa sono cristiane””Nessuno dubita che le radici d’Europa sono cristiane e che la civiltà europea esiste grazie al cristianesimo. Esortiamo, pertanto, tutti gli Stati cristiani, d’origine e tradizione, di non negare la presenza e l’esposizione in luoghi pubblici dei tradizionali simboli cristiani, come la croce e l’icona, specialmente nelle scuole, dove si formano ed educano i bambini d’Europa”.Russia: “elemento di identità europea””Comprendiamo la situazione della libertà religiosa e del pluralismo in Europa. Tuttavia i simboli religiosi come la croce sono il segno non solo della religione cristiana ma anche uno dei più importanti elementi dell’identità europea. Sappiamo molto bene cosa significa l’ostensione dei simboli religiosi tradizionali. In Russia durante il governo comunista si è giunti alla persecuzione di molti credenti e ad una follia morale della società. Siamo convinti che la presenza della croce e di altri simboli cristiani religiosi non significa alcuna preferenza per le confessioni cristiane. Il diritto alla libertà di religione non esclude l’accettazione spontanea o il mantenimento di simboli tradizionali cristiani in diversi Paesi europei a causa del loro alto valore sociale. Il pluralismo e la libertà di coscienza non implichi restrizioni dei diritti di coloro che vogliono vivere in accordo con l’eredità spirituale e culturale del nostro continente”.Romania: “non discrimina nessuno””La presenza dei simboli religiosi cristiani nei luoghi pubblici, e segnatamente la presenza della Croce, riflette il sentimento religioso dei cristiani di tutte le confessioni e non ha intenzione di discriminare nessuno. Non impone una religione, ma è segno di altruismo, generosità e solidarietà. La Croce è inoltre un simbolo culturale e sociale, da cui hanno tratto ispirazione le identità e i valori delle nazioni che compongono l’Europa. Per molte nazioni dell’Europa Orientale, tra le quali la Romania, la Croce rappresenta pure il simbolo della speranza e della lotta per la libertà. Nel periodo caratterizzato dal regime comunista i simboli religiosi furono proibiti e, dopo la caduta del comunismo, la ritrovata possibilità di esporli in pubblico è stata considerata una vittoria della democrazia e della libertà sopra il totalitarismo e l’oppressione. Di conseguenza non si deve proibire alle società di tradizione cristiana l’affissione pubblica dei simboli religiosi. Una siffatta proibizione non solo significherebbe calpestare la libertà religiosa ma comporterebbe per tali società non poter trasmettere alle generazioni successive la propria identità e i propri valori”. Polonia: “ricorda chi siamo e dove andiamo””Le società di tradizione cristiana non devono temere di esporre il crocifisso nei luoghi pubblici, come quello dove studiano i bambini, e i giovani. La croce ci ricorda chi siamo e dove andiamo. Parla dell’amore di Dio per l’uomo che proprio in croce ha trovato la sua espressione più profonda. È necessario che il crocefisso rimanga nelle scuole negli ospedali e negli uffici perché l’indipendenza della sfera religiosa da quella laica deve essere rispettata anche nelle relazioni tra i vari Paesi e le istituzioni comunitarie mentre il dialogo tra le religioni e le persone con diverse visioni del mondo potrà proseguire solo nel rispetto della libertà religiosa, dei popoli e delle nazioni. La Chiesa non può rinunciare alla croce presente nelle coscienze degli uomini e negli spazi pubblici”. Scheda – Le parti ricorrentiSono dieci i governi di Paesi appartenenti al Consiglio d’Europa che hanno fatto ricorso contro la sentenza della Camera della Corte europea dei diritti dell’uomo sul crocifisso. Durante l’udienza del 30 giugno a Strasburgo presso la Grande Chambre, le “memorie scritte” presentate da questi Paesi (Russia, Lituania, Malta, San Marino, Bulgaria, Monaco, Cipro, Grecia, Romania e Armenia) verranno prese in considerazione assieme agli interventi dell’avvocato della ricorrente e dei rappresentanti del governo italiano. Un’altra memoria si deve a un gruppo di 33 eurodeputati, fra i quali figurano Miroslav Mikolasilc (Slovacchia), Marek Jozef Grobarczyk e Jacek Wlosowicz (Polonia), Livia Jaroka (Ungheria), Eija-Riitta Korhola (Finlandia), Carlo Casini e Mario Mauro (Italia), Eleni Theocharous (Cipro), José Ignacio Salafranca (Spagna), Bernd Posselt (Germania), Laszlo Tokes (Romania). Le associazioni e ong ricorrenti pro o contro la sentenza sono invece: Greek Helsinki Monitor, Associazione nazionale del libero pensiero, European Centre for Law and Justice, Eurojuris, International Commission of Jurists, Interights and Human Rights Watch. Infine, con un unico ricorso, Zentralkomitee des deutschen Katholiken, Semaines sociales de France e Associazioni cristiane lavoratori italiani.