COP: UNITÀ PASTORALI

La parrocchia che cresce

Opera del Vangelo e non dell’ingegneria pastorale

Le chiamano unità pastorali, o comunità pastorali. Sono “nuove figure di articolazione della Chiesa” che “comportano la rivisitazione di alcune questioni ecclesiologiche fondamentali” e, tra esse, “la relazione pastorale è uno dei nodi su cui riflettere perché diventi lo ‘stile’ che caratterizza la vita delle comunità cristiane”. È dedicata a “Nuove forme di comunità cristiana. Le relazioni pastorali tra clero, religiosi, laici e territorio” la 60ª Settimana nazionale di aggiornamento pastorale, che si è aperta lunedì 21 giugno a Capiago (Como) e terminerà domani (24 giugno) con la relazione del segretario generale della Cei, mons. Mariano Crociata, e le conclusioni di mons. Domenico Sigalini, presidente della Commissione episcopale Cei per il laicato e presidente del Centro di orientamento pastorale (Cop), organismo promotore dell’iniziativa. La parrocchia è “la nostra ostinazione”, ha affermato in apertura dei lavori mons. Gaetano Bonicelli, vescovo emerito di Siena, convinto della “necessità di ridefinirla in funzione dei mutamenti, se non si vuole che rimanga ai margini”. Una parrocchia, dunque, che venga “coraggiosamente rivista e completata”, evitando l'”eccessiva frammentazione”, come pure mere operazioni di “ingegneria pastorale”.

Una ricerca sulle nuove forme di comunità. Punto di partenza della Settimana, una ricerca curata dal Cop presso le diocesi italiane per “verificare l’identità, le motivazioni, le scelte e le figure delle nuove forme di comunità parrocchiali”. “Viviamo un momento storico di movimento della pastorale della parrocchia”, ha rilevato don Giovanni Villata, responsabile del Centro studi e documentazione della diocesi di Torino, presentando i risultati dell’indagine. Tra essi, spicca la diffusione delle unità pastorali: il 68% delle diocesi che hanno dichiarato di aver scelto le unità e comunità parrocchiali sono al Nord, il 20% al Centro e il 12% al Sud. Non secondario, tra i motivi che hanno portato a questa scelta, il calo dei sacerdoti. “Le parrocchie senza parroco residente – ha affermato Villata – sono in notevole aumento” e “non sono solo più una faccenda attinente alle piccole parrocchie di campagna, di collina o di montagna (65%), ma un problema che interessa anche le città piccole e grandi (35%)”. A chi sono affidate queste parrocchie? I dati dell’indagine rilevano che nella maggior parte dei casi sono curate da un parroco vicino o in solido da più sacerdoti, ma vi è un 15% di cui la responsabilità è affidata a diaconi permanenti, un 8% alle famiglie e il 5% a religiosi e religiose. Analizzando i dati alla luce della propria esperienza pastorale, don Sergio Baravalle, parroco della Divina Provvidenza a Torino, ha evidenziato come il sacerdote per primo sia chiamato a “un cambio di mentalità” e a favorire una “progettualità d’insieme” con i laici, nell’ottica di una “collaborazione effettiva e feconda”.

Non solo emergenza. Tre, ad avviso del vicario generale della diocesi di Como, mons. Giuliano Zanotta, “le ragioni più significative che giustificano la necessità e l’urgenza” delle “riformulazioni” che interessano le parrocchie, poiché “non si tratta solo di affrontare alcune emergenze, peraltro reali, come la mancanza di sacerdoti o una formazione laicale ancora inadeguata”. Il primo motivo viene dall'”ecclesiologia del Vaticano II che considera essenziale la tensione della comunità cristiana a vivere sempre più concretamente una testimonianza di comunione, di fraternità e di missione”; poi l’esigenza “di rispondere sempre più adeguatamente alle domande del territorio”; in terzo luogo “la necessità di favorire e supportare una collaborazione sempre più concreta e costante tra le parrocchie, soprattutto tra quelle di piccole dimensioni”.

Ritorno alle origini. Riscoprire alcuni tratti del cattolicesimo delle origini è, per il teologo don Erio Castellucci, la strada attraverso cui far passare le comunità cristiane. Come nella Chiesa dei primi secoli c’era un’attenzione alla dimensione familiare dell’esperienza ecclesiale, così oggi è importante “lasciarsi provocare dal ‘territorio'”, poiché esso, “nella sua neutralità, racchiude tutte le diversità sociali, religiose, culturali, morali: e così la parrocchia rappresenta ‘in piccolo’ l’universalità della Chiesa”. Vi è poi la fraternità e la prossimità: oggi, ha sottolineato il teologo, “senza uno stile di fraternità, di vicinanza, di cura delle relazioni, la comunità cristiana non attrae”. Ancora, la necessità di riscoprire “il clima familiare e l’apporto della sensibilità femminile”, dal momento che “la cura delle relazioni, fondate oggettivamente sulla parola, l’eucaristia e la carità, conduce una comunità cristiana quasi spontaneamente a valorizzare le famiglie come soggetti e non solo come destinatarie dell’attività parrocchiale”. Infine, la riscoperta di carismi e ministeri, a partire dal diaconato. Il diacono, ha concluso, non dovrebbe svolgere “incarichi di mera supplenza”, come spesso accade, quanto piuttosto avere “la funzione di ‘sveglia’ per l’intera comunità”, “tenerne desta l’attenzione al servizio, specie dei più disagiati”.