CROCIFISSO
L’udienza alla Grande Chambre della Corte di Strasburgo
Atmosfera solenne e composta, i giudici schierati dietro un lungo banco a mezzaluna; di fronte, gli avvocati delle parti, quindi un ristretto numero di posti per il pubblico e i giornalisti. Alla Grande Chambre della Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo si è svolta, il 30 giugno, una nuova tappa del procedimento sull’esposizione del crocifisso nelle scuole pubbliche italiane. Un tema che, per il suo valore giuridico ma anche politico e culturale, ha suscitato interesse in diversi paesi del Consiglio d’Europa (47 Stati aderenti), dal quale la Corte dipende, nelle istituzioni internazionali e nelle comunità religiose.
Garanzie di laicità e pluralismo. La Corte, presieduta dal giurista francese Jean-Paul Costa, ha dato la parola ai legali della ricorrente, Soile Lautsi, cittadina italiana di origine finlandese, che nel 2002 aveva chiesto di rimuovere il crocifisso dalla classe dei suoi figli in una scuola di Abano Terme. Esaurite le possibilità di far valere le proprie ragioni dinanzi alla magistratura italiana, la famiglia si era rivolta nel 2006 alla Corte di Strasburgo: ne era seguita la sentenza di una Camera della Corte favorevole alla Lautsi (3 novembre 2009), il ricorso del Governo (28 gennaio 2010), ritenuto ricevibile, così da giungere all’esame finale della massima Corte, la quale, dopo l’udienza e lo studio delle memorie scritte depositate da alcune "parti terze", dovrebbe pronunciarsi nell’arco di sei-dodici mesi. "È legittima la presenza del crocifisso nelle scuole pubbliche italiane? Lo Stato italiano è laico oppure no?": Nicolò Paoletti, avvocato della parte ricorrente, ha esposto la posizione della Lautsi, secondo cui il crocifisso nelle aule limiterebbe la libertà di educazione dei ragazzi. Nel suo intervento Paoletti ha osservato: "Anche la Corte Costituzionale italiana ha tolto il crocifisso dall’aula in cui si ritrova". Natalia Paoletti, anch’essa a nome della ricorrente, ha specificato: "Noi non prendiamo posizione contro i simboli religiosi o a favore dell’ateismo. Chiediamo solo garanzie di laicità e di pluralismo nel campo dell’educazione".
"Non ci sono violazioni dei diritti". Ha quindi preso la parola Nicola Lettieri per conto del Governo italiano: "Non si tratta di un caso propriamente giuridico. Questo è un caso politico e ideologico". Lettieri ha quindi presentato il ricorso dello Stato italiano contro la sentenza del 3 novembre. "In questo caso ha detto – fa scandalo la difesa della libertà di religione, ottenuta negando la stessa libertà religiosa". E ha aggiunto: "Se lo Stato italiano rimuovesse i simboli religiosi, diventerebbe esso stesso partigiano di una parte e non il difensore della tolleranza e del pluralismo". "Le lezioni scolastiche in Italia si interrompono nelle ricorrenze del Natale e della Pasqua: anche questo va considerato come un problema?". Lettieri ha centrato il suo intervento soprattutto sul fatto che "in questo specifico caso non si rileva alcuna violazione dei diritti umani. I figli della ricorrente non hanno sofferto alcuna imposizione" religiosa "né tanto meno una qualche forma di indottrinamento". "Nella fattispecie sembra piuttosto che si voglia imporre a tutti i paesi europei l’estraneità della religione" nella vita nazionale. "Il crocifisso ha aggiunto è un simbolo passivo e muto e non influisce sull’educazione scolastica degli studenti ed è presente nella scuola pubblica non per convertire qualcuno, ma quale elemento della cultura e della tradizione" italiana.
Un simbolo dell’identità nazionale. Infine ha preso la parola Joseph Weiler, docente di diritto all’Università di New York, che ha sostenuto la parte assunta da alcuni Stati (Armenia, Bulgaria, Cipro, Grecia, Lituania, Malta, Russia e San Marino) a sostegno della posizione del Governo italiano. Weiler ha affermato: "Gli Stati che rappresento concordano sul fatto che la Convenzione dei diritti dell’uomo tuteli la libertà di religione e la libertà dalla religione", ovvero la libera scelta di non avere un credo religioso. "Sono anche convinti che l’istruzione nelle scuole pubbliche debba tendere alla tolleranza e al pluralismo". Ma nella sentenza della Camera "è stata espressa una forma di laicità o una neutralità che non si possono condividere. Non si è fatta cioè distinzione tra i diritti del privato e l’identità del pubblico". Weiler ha ripreso: "I simboli di uno Stato sono importanti per la democrazia. Molti di questi simboli provengono dalla storia dell’Europa e spesso si tratta della croce". Weiler ha quindi citato diversi casi europei, fra cui la Gran Bretagna, in cui la croce appare nella bandiera nazionale. Nelle Costituzioni di Irlanda e Germania, invece, si fa espresso riferimento a Dio: "Dovremmo vietare ai bambini di leggere la Costituzione a scuola?", si è chiesto Weiler, presentatosi davanti ai 17 giudici della Corte indossando la kippah, tradizionale copricapo ebraico. "La croce – ha concluso – è certamente un simbolo religioso e talvolta è un simbolo nazionale, anche in quei paesi in cui ormai la maggioranza delle persone non vive più il sentimento religioso. Non possiamo chiedere a un paese di allontanarsi dalla sua storia e dalla sua identità".