Spagna: l’aborto non è un diritto”Occorre ricordare che si tratta di una legge oggettivamente incompatibile con la giusta coscienza morale, e in particolare con quella cattolica, poiché dal punto di vista etico peggiora la legislazione vigente in tre modi”. Inizia così la nota, diffusa il 5 luglio, dei vescovi spagnoli sulla normativa relativa alla “salute sessuale e riproduttiva” (la legge di riforma dell’aborto), in occasione della sua entrata in vigore. La legge prevede tra l’altro la possibilità d’interrompere la gravidanza liberamente fino alla 14ª settimana e, in particolari condizioni, quali rischi per la salute della madre o malformazione del feto, fino alla 22ª settimana. Permette inoltre alle minorenni di abortire senza il consenso dei genitori, con l’obbligo però d’informarli a meno che non vi sia il rischio di conflitto familiare e quindi di violenza domestica. “Innanzitutto e soprattutto – scrivono i presuli spagnoli – la legge considera l’eliminazione della vita del nascituro come un diritto della gestante durante le prime 14 settimane di gravidanza, lasciando praticamente senza alcuna difesa la vita umana, proprio nel periodo in cui si verificano la maggior parte degli aborti”. In secondo luogo, la nuova normativa “stabilisce un concetto di salute talmente ambiguo da equivalere all’introduzione d’indicazioni sociali ed eugenetiche come giustificazione legale dell’aborto”. Infine la legge, secondo i vescovi, “impone, nel sistema educativo obbligatorio, l’ideologia abortista e di genere”. Dopo aver elencato i tre motivi di peggioramento “etico” della legislazione vigente, i presuli spagnoli richiamano la dichiarazione resta nota dalla Commissione permanente il 17 giugno 2009, che l’Assemblea plenaria dei vescovi ha fatto sua nel comunicato finale del 27 novembre 2009. Nella dichiarazione, i vescovi spagnoli spiegavano di voler parlare “a favore di coloro che hanno il diritto di nascere e di essere accolti con amore dai loro genitori, a favore delle madri che hanno il diritto di ricevere il sostegno sociale e statale necessario per evitare di diventare vittime dell’aborto, a favore della libertà dei genitori e delle scuole, per dare ai ragazzi una formazione affettiva e sessuale in accordo con le loro convinzioni morali, in modo da essere pronti a diventare genitori a loro volta e ad accogliere il dono della vita e, infine, a favore di una società che ha il diritto di fare affidamento a leggi giuste, che non confondano l’ingiustizia con il diritto”. L’entrata in vigore della legge ha suscitato polemiche anche nel mondo dell’associazionismo, con prese di posizione e iniziative, tra gli altri, del Forum spagnolo della famiglia, del Centro giuridico Tommaso Moro, di “Diritto a vivere” e della Confederazione spagnola dei centri d’insegnamento.Italia: laici e unità pastorali”Ora tocca a voi papà e mamme, nonni e nonne, ragazzi e giovani tenere viva la vostra Chiesa, per tenere viva la vostra fede”. È un passaggio della lettera “ai parrocchiani rimasti senza prete” diffusa al termine della Settimana di aggiornamento pastorale che si è tenuta lo scorso giugno a Como (Italia) per iniziativa del Centro di orientamento pastorale (Cop). Argomento della settimana, le “nuove forme di comunità cristiana”, con specifico riferimento alle unità pastorali. Realtà in crescita, come dimostra una ricerca curata dal Cop tra un centinaio di diocesi italiane (su 224) che hanno dichiarato di avere attuato le unità o le comunità pastorali. Riconoscere “la peculiarità di questa stagione ecclesiale”, “curare la crescita e la maturazione di quanti nella comunità cristiana condividono responsabilità”, prestare attenzione alla “condivisione del cammino ecclesiale da parte dei laici insieme ai ministri ordinati” sono le tre considerazioni dettate, nel corso dei lavori, dal segretario generale della Conferenza episcopale italiana, mons. Mariano Crociata. La parrocchia, ha premesso mons. Crociata, è “espressione significativa e autorevole” della “creatività pastorale della Chiesa” e “la difficoltà di oggi può insorgere in particolare dalla tentazione di gestire in termini meramente organizzativi, dettati da gravi carenze di risorse di ogni genere, il passaggio da un modello ad un altro”. Ma, ha sottolineato mons. Domenico Sigalini, vescovo di Palestrina, presidente del Cop e della Commissione episcopale per il laicato,”non è la quantità di preti che fa la Chiesa, ma la collaborazione e la comunione che si vive tra le persone”. Sul calo dei sacerdoti, la ricerca del Cop evidenzia che “le parrocchie senza parroco residente sono in notevole aumento e, ormai, non sono solo più una faccenda attinente alle piccole parrocchie di campagna, di collina o di montagna (65%), ma un problema che interessa anche le città piccole e grandi (35%)”. L’83% delle parrocchie senza parroco sono curate da un parroco vicino e il 37% in solido da più sacerdoti; i diaconi permanenti hanno la responsabilità del 15% delle parrocchie del campione senza parroco residente; infine un 8% è affidato alle famiglie e il 5% ai religiosi e religiose.