IMMIGRAZIONE E MEDIA

Con parole giuste

Informazione in Europa: prima la sicurezza poi le persone?

14.788: tanti sono stati i morti e i dispersi tra coloro che, fra il 1990 e il 2009, hanno cercato di raggiungere l’Europa per costruirsi un futuro migliore per sé e per la propria famiglia. Migranti provenienti in gran parte (5.947) dall’Africa, dall’Asia (1.743), dall’Europa (820) e dall’America latina e Caraibi (95), mentre si parla di “provenienza da area sconosciuta” per i restanti 6.182. Italia. I dati sono stati diffusi il 6 luglio a Roma nel corso della giornata di studio “Terra promessa: media e immigrazione”, promossa dalla Comunità di Sant’Egidio in collaborazione con l’Associazione stampa romana e l’Ucsi Lazio (Unione cattolica stampa italiana). Il tema dell’immigrazione viene declinato dai media attraverso la cronaca e sovrapposto alla cosiddetta emergenza sicurezza, senza cercare di superare “il tic del peso semantico della parola clandestino”, termine che comunica “allarme sociale”. Si stima che la metà dei circa 15 mila morti in mare nel periodo 1990-2009, erano persone che avrebbero avuto diritto all’asilo e allo status di rifugiato. Serve allora una comunicazione diversa che lavori per l’integrazione e che ridimensioni l’allarme sociale, informando il cittadino sui temi dell’immigrazione con correttezza come vuole la “Carta di Roma” (www.fnsi.it/Pdf/Carte_deonto/Carta_di_Roma.pdf) varata dai giornalisti italiani nel giugno del 2008.Germania. “Le immagini di barconi alla deriva e di morti vanno benissimo per una società in cui l’informazione non tocca il vero nocciolo della questione immigrazione, – ha detto Karl Hoffmann, della rete televisiva pubblica tedesca Ard – attirare l’audience è uno dei principi fondamentali della comunicazione di oggi ma a soffrirne è la verità, la realtà e ciò che c’è da dire”. Secondo il giornalista, però, “informare in Germania sull’immigrazione è possibile ed anche facile tanto più se si raccontano le storie delle persone, se si personalizza il problema, se si fa passare il messaggio della terribile traversata del mare, con le ragioni della fuga, dando voce ai protagonisti di questa realtà. Nel mio Paese ci sono diverse trasmissioni che si occupano del problema, anche condotte da immigrati che sono diventati tedeschi o che non lo sono ancora. Alcune sono in tedesco, altre nella lingua di origine degli immigrati. Infine – ha concluso – i migranti hanno bisogno di qualche giornalista che si prenda cura di loro”.Inghilterra. Il fenomeno immigrazione visto dal versante culturale è stato il punto focale dell’intervento del giornalista del “The Observer”, Tom Kington. “Nell’Inghilterra degli anni ’70 – ha ricordato Kington – si respirava una cultura razzista e di paura dei cittadini verso lo straniero anche se allora, come oggi in Italia, il nostro Paese aveva bisogno dell’aiuto dei nuovi arrivati. Nei miei articoli cerco di cogliere come la cultura italiana sia influenzata dall’immigrazione e se la sua identità sia in pericolo o meno. La cultura dei Paesi di destinazione deve essere giustamente tutelata ma noi, in Inghilterra, abbiamo approfittato del mescolamento delle culture al punto che, tanto per parlare di gastronomia, il piatto nazionale inglese oggi è il curry. La cultura britannica oggi è scomparsa e non basta la Regina a tenerla viva”.Francia. “In Francia siamo già alla terza generazione di immigrati. Ma non per questo si può parlare di immigrazione riuscita. Il problema che si sta verificando è che i nuovi arrivati non sono ben accolti. Molti sono stati ricondotti alla frontiera”. Ha descritto un panorama più critico Anne Le Nir, corrispondente di Radio France International. Tuttavia, ha rimarcato, “la Francia non sarebbe il Paese che è oggi se non ci fossero stati gli immigrati. L’immigrazione trova spazio sui media solo quando, per esempio, un migrante vince alla lotteria, e allora la notizia merita anche l’apertura, oppure quando una ragazza musulmana viene sgozzata dal padre perché seguiva lo stile di vita occidentale. Questa diventa, per i media, una storia da raccontare, ma solo perché vende”.Spagna. Per Henriq Juliana, de “La Vanguardia”, l’opinione pubblica spagnola “è rimasta molto colpita dall’arrivo degli immigrati con piccole barche nelle Canarie e nelle coste andaluse mandando in scena il dramma dell’Atlantico e del traffico umano dall’Africa. Il flusso, comunque, arriva non tanto dal mare quanto dagli aeroporti”. Per il futuro Juliana non ha mostrato dubbi: “dovremo innanzitutto misurarci con l’Islam che in Spagna ha radici storiche (il 25% dei migranti sono magrebini). Si comincia a parlare del burqa. Qui esistono culture regionali forti ma quando queste si incrociano con l’immigrazione si verificano episodi di minorizzazione della cultura locale, complicando i rapporti. In Catalogna lo stiamo già vedendo”.