POMIGLIANO
La voce della diocesi di Nola
La Fiat e le organizzazioni sindacali Fim-Cisl, Uil-Uilm e Fismic, al termine di un incontro tenutosi il 9 luglio a Torino, hanno convenuto di dare attuazione all’accordo raggiunto il 15 giugno scorso per la produzione della nuova Panda a Pomigliano d’Arco (Na). L’Ugl, firmataria anch’essa dell’accordo del 15 giugno, aveva già incontrato l’azienda in precedenza. È confermato quindi l’investimento di 700 milioni di euro per produrre la nuova Panda nello stabilimento campano, dopo il referendum del 22 giugno scorso tra i lavoratori sull’accordo. Sono già partiti i primi ordini della Fiat per i macchinari necessari ad allestire le linee di produzione. Presto per i lavoratori cominceranno i corsi di formazione per la costruzione del nuovo modello. Intanto i legali dell’azienda aiutano i manager del gruppo a studiare quale sia la strada giuridica migliore per tradurre in pratica l’accordo sulla fabbrica campana. La soluzione che appare più probabile è quella della newco, una nuova società che riassumerebbe tutti i lavoratori della fabbrica con un contratto in linea con l’accordo firmato il 15 giugno.
La lettera di Marchionne. “Ci troviamo in una situazione molto delicata, in cui dobbiamo decidere il nostro futuro”. È uno dei passaggi della lettera che l’amministratore delegato della Fiat, Sergio Marchionne, ha inviato il 9 luglio a tutti i lavoratori del gruppo Fiat in Italia. “Quello di cui ora c’è bisogno – ha aggiunto Marchionne – è un grande sforzo collettivo, una specie di patto sociale per condividere gli impegni, le responsabilità e i sacrifici in vista di un obiettivo che vada al di là della piccola visione personale”. Questo è il momento “di guardare al bene comune, al Paese che vogliamo lasciare in eredità alle prossime generazioni”.
Il lavoro c’è. La prima nota positiva, per don Aniello Tortora, direttore dell’Ufficio diocesano di pastorale sociale e del lavoro di Nola, sul cui territorio insiste lo stabilimento di Pomigliano, è che “il lavoro sia stato garantito, anche se resta il rischio della conflittualità tra i lavoratori perché non c’è unità dei sindacati. Ora che abbiamo la certezza che il lavoro rimane a Pomigliano, bisognerà passare alla seconda fase e vedere come inserire nel progetto anche quelli che hanno detto no nella vertenza”. Come Chiesa, afferma il sacerdote, “diciamo che è importante il dialogo e che si salvaguardi il lavoro e la dignità del lavoratore. Con calma e pazienza bisogna superare le conflittualità, con un po’ di ragionevolezza da tutte le parti le cose si possono risolvere”. Adesso a Pomigliano “c’è un clima di più speranza e serenità perché il lavoro c’è, la fabbrica riapre i battenti”. Questo, secondo don Tortora, “è un elemento positivo per i lavoratori: è vero che qualche diritto può essere leso, ma gli operai con cui ho parlato mi hanno detto di essere disposti a fare qualche sacrificio, avendo la famiglia da mantenere”.
Tempi duri. Non si può dimenticare, avverte il direttore dell’Ufficio per la pastorale sociale e del lavoro, che “l’Ocse negli ultimi tempi ha denunciato che la disoccupazione sta aumentando ed è necessario creare nuovi posti di lavoro. Di fronte a questa crisi innanzitutto non perdiamo i posti di lavoro già esistenti, poi ne creeremo di nuovi”. In questo senso “l’esito della vicenda di Pomigliano è una speranza per il Sud. Per un attimo immaginiamo cosa sarebbe accaduto se Pomigliano avesse chiuso: 15 mila persone si sarebbero ritrovate senza lavoro, tra i dipendenti dello stabilimento della Fiat e quelli occupati nell’indotto. Sarebbe stata una tragedia”. Invece il nuovo investimento della Fiat sta a dimostrare che “l’azienda vuole investire al Sud” e questo dà speranza perché nel Mezzogiorno si combatte con la precarietà: “Il vero problema è la precarietà dei giovani, che non possono progettare il futuro, farsi una famiglia senza un lavoro”.
La piccola goccia. Nell’immaginario collettivo si considera spesso la gente del Sud come poco desiderosa di lavorare, ma i dipendenti della Fiat di Pomigliano che hanno votato per il sì al referendum hanno mostrato un grande senso di responsabilità. “Sono stati responsabili e coscienti – sottolinea don Tortora -. Non è vero che al Sud non vogliamo lavorare. I lavoratori hanno detto prima il lavoro, poi si ragiona sulle vertenze. Il Sud sta crescendo, deve farlo di più ma già va meglio rispetto al passato. Il Sud piagnone, lamentoso quasi non esiste più”. In questo cambiamento quanto peso ha la Chiesa? “La Chiesa di Nola e credo tutta quella del Sud – risponde il sacerdote – sta lavorando su due fronti: denuncia delle ingiustizie e dare voce a chi non ha voce come abbiamo fatto nella diocesi di Nola. Nella lunga vertenza con la Fiat io ho scritto una lettera a Marchionne, il vescovo è venuto spesso a Pomigliano, insomma abbiamo sostenuto i lavoratori, perché la Chiesa è vicina ai lavoratori. Ovviamente, la Chiesa non ha soluzioni tecniche, però con il Progetto Policoro sta creando un protagonismo di speranza nel Sud. I giovani si stanno dando da fare, hanno capito che non bisogna attendere tutto, ma che bisogna rimboccarsi le maniche e cercare di essere protagonisti del proprio sviluppo. Quindi la Chiesa sta dando una mano immensa a questo Sud, ovviamente non tocca a noi dare soluzioni tecniche, ma è una piccola goccia che pone problemi e dà prospettive”.