Mons. padovese
Nessuna novità giudiziaria per l’omicidio del vescovo in Turchia
"È caduto il silenzio su questo tragico avvenimento e, per questo, sono un po’ rattristato. Da fonti locali ho saputo che il ragazzo che ha ucciso mons. Padovese è stato ricoverato ad Adana, per questa ‘pretesa’ malattia mentale, e che si prospetta una facile guarigione in quanto non sarebbe stato riscontrato nulla di grave. Speriamo che il futuro non sia come quello di don Andrea Santoro, ovvero che ci sia una facile assoluzione di tutto!".
A parlare, da Smirne, diocesi di cui è arcivescovo, è mons. Ruggero Franceschini, che dopo la tragica morte di mons. Luigi Padovese, ucciso dal suo autista, Murat Altun, a Iskenderun il 3 giugno, ha assunto per mandato della Santa Sede anche la responsabilità del vicariato apostolico di Anatolia. “Siamo sereni. Ho trovato una Chiesa forte, dopo le prime burrasche, non ho visto animosità, il perdono è stato concesso senza problemi. Sappiamo che la Chiesa per andare avanti in questi luoghi dovrà soffrire ancora, ma nessuno ha avuto l’idea, dopo lo scoraggiamento iniziale, di lasciare, di partire. Oggi più che mai sono desiderosi di restare e di dare una mano”.
Sono state fatte tante ipotesi su questa morte, dallo sfondo passionale alla malattia mentale dell’omicida, dalla ritorsione contro il Papa per la visita a Cipro alla pista religiosa per via del rituale islamico che ha fatto da sfondo all’atto. A quando la verità?
“Mi dispiace che la gente sia imbottita di falsità. Mi dispiacerebbe che per mons. Padovese, persona limpida, prevalesse il motivo passionale, assolutamente da escludere anche per le prove scientifiche. Bisogna cancellare anche il fatto della labilità della persona, che pure c’è. Sarebbe piuttosto utile indagare perché si usano spesso persone labili, che da sole non sarebbero capaci di gesti come questo. Su altre ipotesi ho delle idee del tutto personali che tengo per me. Di concreto c’è che aspettiamo di conoscere la verità su questa morte. Mi fa soffrire questa attesa nel silenzio”.
Durante le esequie di mons. Padovese, a Milano, lei lanciò una richiesta di aiuto per la Chiesa turca. È stata raccolta?
“Certamente e anche molto bene. Alcuni vescovi già nella sagrestia del duomo mi hanno offerto appoggio e aiuto concreto. E ciò mi ha fatto molto piacere, ma insisto ancora nel chiedere aiuto per queste Chiese del silenzio che soffrono. Vorrei che questo entusiasmo non si esaurisse, ma si incominciasse un cammino importante. Sarebbe bello che le persone che sono in Turchia da sessanta e più anni, trovassero i sostituti, magari anche più di uno: persone che vengono a dare una mano, non a fare grandi cose, ma ‘a stare qui’. La sorpresa di tanti giovani che vengono è proprio questa: adesso cosa si fa?, chiedono. Qui c’è molto da fare, qui si vive insieme, si prega insieme, si studia insieme, soprattutto la lingua. Ci sono spazi di vuoto da riempire scrivendo, visitando le famiglie, incontrando persone, stando con loro…”.
Mons. Padovese, per la Chiesa turca, con il nunzio apostolico, mons. Lucibello, stava lavorando alle celebrazioni dei 50 anni di relazioni diplomatiche tra Santa Sede e Turchia. L’impegno continua anche adesso?
“Il lavoro prosegue. Domani (14 luglio, ndr) sarò a Roma per parlare appunto di questo impegno con le nostre autorità così da continuare questa collaborazione. Sarebbe ingiusto colpire tutta la popolazione se qualcuno avesse pensato di fermarla. Credo che si continuerà nella volontà di incontro. Attendo anche che ci sia qualcuno che dica ‘Signore manda me’. Io sono già arcivescovo di Smirne, una diocesi tranquilla per delle buone relazioni tra noi. C’è chi pensa diversamente tra protestanti, islamici, greco-ortodossi…, ma ci si rispetta e si collabora".
Mons. Padovese si era molto prodigato per la concessione della chiesa di san Paolo a Tarso come luogo di culto permanente. Ci sono novità a riguardo?
“Ho celebrato la festa di san Paolo a Tarso e ho detto, prendendo le istituzioni in contropiede, che non so se sia positivo stare a chiedere continuamente una chiesa per celebrare. Possiamo pregare anche diversamente. Personalmente non chiederei la chiesa, ma che ci lascino pregare tranquillamente. Se ce la daranno saremo riconoscenti, sennò prenderemo un salone e chiederemo il permesso per pregarvi. L’importante è che ci sia il rispetto della diversità che porta inequivocabilmente, poi a donare anche la chiesa. Se c’è rispetto si desidera che l’altro sia felice. Ma per il momento non si è raggiunto nessun nuovo risultato”.
A proposito di libertà religiosa, Benedetto XVI ha voluto dedicare a questo tema la Giornata mondiale della pace 2011. Le vicende di don Santoro e mons. Padovese stanno a dimostrare l’urgenza del rispetto dei diritti umani…
“Sono contento che il Papa continui a sollecitare l’intesa tra popoli di fede diversa. Ma poi vanno fatti seguire anche dei gesti concreti. La nostra fede non pretende sempre la reciprocità, ma i buon rapporti umani, sì. Occorre incominciare a chiedere buoni rapporti umani. Noi diamo tanto, tutto, ai musulmani in Italia e in Europa. Il rispetto comune delle buone regole della giustizia vuole che a larghe concessioni corrispondano altrettanto larghe concessioni nei loro Paesi. Ad ogni buon conto, noi continueremo a stare qui, fino a quando ci manderanno via, penso che i nostri cattolici rimarranno. Adesso festeggiamo i 50 anni di buone relazioni, ci vorrebbe un gesto importante come a dire ‘ci avete dato tante possibilità altrove, anche noi ci apriamo ad una possibilità…’. Da parte nostra non vogliamo farci costruire chiese, che non sono adatte alla nostra preghiera, ci accontentiamo di riparare quelle già esistenti e, se occorreranno nuove chiese saremo noi a costruirle secondo i nostri criteri”.
Ma questo presuppone il riconoscimento della personalità giuridica…
“Questo sarebbe il massimo e le istituzioni turche dovrebbero farlo. Noi, in Italia, non subito, è vero, ma a certe condizioni riconosciamo la persona fisica, si concede pian piano la nazionalità. Ho amici che hanno la nazionalità italiana pur essendo algerini, tunisini e anche turchi. Ho un sacerdote nella mia diocesi, che io stesso ho ordinato due anni fa, che ha doppia nazionalità. Ci vorrebbero questi rapporti reciproci, allora si lavorerebbe con più serenità. Per quanto mi riguarda io sono felice di essere in Turchia, mi trattano bene, con grande rispetto, e sono felice di collaborare alla realizzazione di cose buone con le istituzioni locali e nazionali”.
Mons. Padovese e don Santoro sono i simboli del riscatto della Chiesa in Turchia?
“Credo di sì. Siamo contenti di stare qui e speriamo che ci siano altre persone che abbracciano questa nostra scelta e vengano a stare con noi. Nella comunità si trova ogni dono. Non vogliamo essere compianti, ma aiutati, non solo con le offerte, ma anche, e soprattutto, nella condivisione”.