HAITI

È ancora dramma

Il racconto di una famiglia che opera con la Caritas italiana

Ad Haiti la situazione è ancora drammatica, accompagnata da un pesante “senso di immobilismo”, con grossi ostacoli burocratici per la ricostruzione. A sei mesi dal sisma del 12 febbraio, ce la descrivono Anna e Davide Dotta, operatori di Caritas italiana a Port-au-Prince, che ad Haiti sono andati per lavorare, portando con sé due figli piccoli. Una coraggiosa esperienza di famiglia e solidarietà di forte impatto e non priva di disagi, ma sorretta da una forte motivazione. Anna e Davide, lei ligure, lui piemontese, stanno ora affiancando Caritas Haiti nel rafforzamento delle competenze della Caritas nazionale e delle Caritas diocesane. Supportano, inoltre, l’elaborazione del Programma nazionale di economia solidale (Ecosol) che dovrebbe partire a settembre, un sistema di sostegno alla micro-economia locale per accompagnare le famiglie a rafforzare i propri mezzi di sussistenza. Allo stesso tempo si dedicano anche alla ricostruzione di strutture socio-educative e sanitarie della Chiesa cattolica e al sostegno di progetti nell’area rurale.

Come è stato, per una famiglia, l’impatto con la realtà haitiana post-terremoto? Cosa vi ha spinto a partire e cosa vi aspettate da questa esperienza?
“Siamo arrivati da un mese e siamo sistemati presso i Padri Scalabriniani in una struttura semplice ma molto accogliente fuori Port-au-Prince. Da qui, un po’ alla volta, abbiamo preso le misure con il caos della capitale, con il traffico soffocante delle strade, i prezzi vertiginosi delle case, i ritmi della babysitter e la circospezione dei colleghi. Stiamo bene, abbiamo trovato casa e iscritto i bambini all’asilo per il prossimo anno. Speriamo di mettere a frutto l’esperienza professionale cumulata in questi nostri primi 10 anni di lavoro e di regalare alla nostra famiglia e ai nostri bambini l’opportunità di sentirsi cittadini del mondo”.

Tutti i report delle Ong descrivono una situazione ancora d’emergenza. È così?
“Ovviamente è ancora emergenza. I campi sono sparsi ovunque, ci sono accampamenti anche negli spartitraffico tra le corsie dell’unica strada che esce da Port-au-Prince verso sud, in una permanente nuvola di smog, tra il rumore assordante dei tir e la violenza prepotente del traffico. Le condizioni sono deplorevoli, con strutture igienico-sanitarie inadeguate, accesso limitato ai servizi pubblici, insicurezza e scarsità alimentare. A fine marzo il Governo ha emesso un decreto per sospendere la distribuzione quotidiana dei pasti nei campi da parte del World food program (Onu). Nei grandi agglomerati le latrine non sono sufficienti. Nei campi più piccoli non ci sono affatto. La promiscuità e la precarietà delle tende rappresentano le insidie peggiori: aumentano il livello di vulnerabilità di donne e bambini, determinano un alto tasso di violenza e condizioni igieniche e di salute drammatiche. Servizi quali ambulatori medici, animazione per i bambini e scuole non sono presenti che a macchia di leopardo. Non esiste alcun piano sistematico di questi interventi”.

Si stimano circa 800.000 bambini in difficoltà: quali i bisogni più urgenti?
“Per i bambini i bisogni più urgenti sembrano la sicurezza e la salute. L’accesso all’istruzione è un problema endemico e strutturale. Durante un incontro informale nei giorni scorsi, una organizzazione ha denunciato che non è ancora censito il numero degli orfanotrofi, non esiste alcun monitoraggio sulla condizione dei bambini accolti e spesso ricevono denunce di abusi proprio all’interno di queste strutture. Grave sembra essere anche il tasso di prostituzione tra i minorenni (soprattutto nella fascia 11-15 anni) alimentato sia dal bisogno alimentare, sia (pesante scandalo) dalla massiccia presenza internazionale. Già grave prima del sisma era il problema della malnutrizione infantile. I programmi di integrazione alimentare delle organizzazioni internazionali, delle Ong e delle congregazioni religiose, presenti in qualsiasi ambulatorio o clinica gestita da questi soggetti, parlano da sé. Si aggiungono i gravi infortuni domestici conseguenza delle precarie condizioni di vita primo fra tutti le ustioni e poi tutti i traumi fisici e psicologici provocati dal sisma”.

E le donne, particolarmente esposte al rischio abusi e violenze?
“Per le donne le priorità sembrano essere l’istruzione e l’indipendenza finanziaria, entrambi interventi strutturali per proteggerle dalla violenza e riconsegnar loro quel ruolo di pilastri della comunità che almeno la tradizione haitiana gli riconosceva. La Sofa (rete latino americana di solidarietà con le donne haitiane) stima che il 47% delle mamme siano sole e non c’è una legge nazionale che punisca la violenza contro le donne”.

La ricostruzione non è ancora iniziata. Quali sono gli ostacoli maggiori?
“Gli esperti stimano che le perdite legate al sisma siano attorno ai 7.800 milioni di dollari pari al 130% del prodotto interno lordo di Haiti nel 2009. Gli organismi internazionali ritengono che servano almeno 7 anni per la ricostruzione di Haiti. Intanto guardandosi intorno si percepisce una grave paralisi. Il Governo non dà permessi per l’edificazione in città, in attesa di un Piano regolatore auspicato ma quanto mai improbabile. Da due mesi, per decreto non si può costruire nelle ampie spianate fuori città, a meno che non si compri la terra i cui prezzi, però nel frattempo sono aumentati di almeno tre volte. Sembra che nel Paese non esistano mezzi pesanti, per le strade poche e scarne squadre di operai impiegati con il sistema del ‘Cash for work’ solleticano le carcasse delle costruzioni demolite con una mazzetta e portano via (anzi spostano) i sassi con la carriola. I prezzi fatti ai privati per il noleggio di una ruspa o di un camion sono spropositati”.

Come valutate, in generale, la qualità dell’aiuto umanitario?
“Nel Paese sono attualmente registrate 1.000 Ong e la maggior parte degli sforzi sono finalizzati al livello di emergenza-urgenza con attenzione alla realtà dei campi e all’affrontare i bisogni correlati alla stra-ordinarietà di questo interminabile ‘primo periodo’. Certamente l’impegno profuso ha ampiamente coperto un’ampia fascia di bisogni esistenti nonostante permangano una situazione drammatica ed un pesante senso di immobilismo. Un’attenzione strategica, però, ci sembra poco diffusa: conoscere, incontrare e coinvolgere la società civile haitiana, valorizzare nella responsabilità e nella competenza le numerosissime associazioni, piattaforme, comitati, esistenti, investire nel loro rafforzamento, puntare su di loro. In ballo c’è più della ricostruzione di case, scuole e ospedali. È, per gli haitiani, l’opportunità per costruire un Paese”.