In una terra ferita

Ventidipacesucaucaso

Un breve tratto di strada a piedi, con trolley e zaini, al confine tra Azerbaijan e Georgia, nel silenzio di un bosco e poi tre ore fermi alla frontiera per aspettare i giovani della Federazione russa e della Macedonia che dovevano fare i visti. È anche questo il "viaggio di amicizia" nel Caucaso che una delegazione dell’associazione "Rondine Cittadella della pace" sta affrontando in questi giorni per diffondere e consegnare il documento "14 punti per la pace nel Caucaso". Toccare con mano, domenica 18 luglio, la diffidenza con cui vengono accolti dai georgiani i cittadini russi o di Paesi poco conosciuti fa capire come i conflitti da noi presto dimenticati, come quello del 2008 tra Russia e Georgia, siano ancora una "ferita aperta", una delle tante del Caucaso. Quelle insomma che hanno spinto l’associazione a intervenire con la sua "democrazia popolare", dal basso, che parte della convivenza allo Studentato tra giovani di Paesi in conflitto.Al campo-profughi. Il viaggio di "Rondine" è iniziato il 15 luglio in Azerbaijan, protagonista con l’Armenia, a metà degli anni Novanta, di un’altra guerra dimenticata, quella per il controllo del Nagorno Karabakh. Arrivando a Baku, la capitale situata sul Mar Caspio, una città bella e moderna con cantieri aperti ovunque, sintomo di una crescita economica costante portata dal petrolio, è difficile immaginare che nel Paese ci sono 700.000 sfollati disseminati in oltre 60 campi profughi. La delegazione di "Rondine", oltre ad aver avuto diversi incontri ufficiali, tra cui quello con il viceministro degli Esteri, Araz Azimov, che ha assicurato il suo "appoggio" all’ipotesi di far accogliere nello Studentato internazionale dell’associazione un giovane armeno e uno azero, provenienti dalla regione contesa, ha visitato anche due campi profughi. Nel primo, costituito da una serie di casermoni fatiscenti, i profughi arrivati qui dopo la guerra vivono ancora in condizioni precarie: una famiglia ha una sola stanza per sé, senza acqua e gas, con la cucina e il bagno in comune con altre famiglie; le scale sono pericolanti e i bambini giocano nel cortile polveroso, in realtà uno slargo tra un palazzo e l’altro. "Ho visto uccidere le persone davanti ai miei occhi, la mia città è stata occupata, mio fratello e tutti i miei parenti sono morti". È un racconto di dolore quello che un profugo, Fase Abbasov, ha fatto alla delegazione di "Rondine" seguito dalle parole rassegnate di Zaman Shukurav, che lavora al mercato del campo-profughi. "Sono qui dal 1993 e tutto ciò che avevo è andato perso. Vendo i vestiti per vivere, ma quello che guadagno non basta". Anche i profughi, che vivono nei nuovi complessi costruiti nell’ultimo anno dal governo azero, con una stanza ogni due persone e tutti i servizi ben funzionanti, hanno un solo pensiero e una sola aspirazione, quella del ritorno. Zabrael Khaliev, dirigente di una delle nuove scuole per i figli degli sfollati, ha fatto vedere agli ospiti la foto della sua casa distrutta. "L’avevo costruito con le mie mani – ha raccontato – e per quanto adesso qui stiamo bene, io voglio tornare nella mia terra".Non avevo le scarpe. La visita al campo-profughi ha fatto riemergere i ricordi di Davit Chumabaridze, 27 anni, che da bambino è sfollato con la sua famiglia dall’Abkhazia, una regione indipendentista della Georgia che è stata anche causa, nel 2008, della guerra tra russi e georgiani. Chumabaridze è una "Rondine d’oro", ovvero ha finito il suo percorso nello Studentato internazionale di "Rondine", e ha ricordato che "da piccolo non avevo cibo, né vestiti. Se pioveva non potevo andare a scuola perché non avevo le scarpe". Il giovane, che sta facendo uno stage nel ministero della reintegrazione georgiano, dopo il master conseguito in Italia, era nel nostro Paese, quando è scoppiata la guerra. Ha seguito tutta la situazione in tv, senza poter contattare la sua famiglia; la sua esperienza ha contribuito a far maturare il progetto "Ventidipacesucaucaso" e la redazione dei "14 punti per la pace nel Caucaso". "A Rondine – ha raccontato Chumabaridze – ho avuto amici abcasi e osseti e ho visto che solo il dialogo con il cosiddetto nemico ti fa capire veramente i problemi. Noi non siamo nemici, non possiamo combattere, perché la terra è nostra, la terra è di tutti". La comunità cattolica. Nei giorni in Azerbaijan, "Rondine" ha portato avanti anche dei contatti con le autorità religiose, come Salman Musayev, "braccio destro" dello sceicco Pashazadeh all’Istituto islamico del Caucaso, e ha incontrato la comunità cattolica di Baku. Padre Pietro Fidermak, viceparroco dell’Immacolata Concezione, unica chiesa cattolica della capitale, ha raccontato di "una Chiesa piccola, per dimensioni, ma vivace, con molti giovani: abbiamo circa 200 fedeli e la maggior parte sono azeri, non credenti o musulmani, e alcuni si sono battezzati". Nel Paese gli abitanti sono al 93,4% islamici: in tutto il Paese ci sono solo due parrocchie, rette da un amministratore apostolico; più consistenti numericamente i protestanti e gli ortodossi, circa 40.000, che sono presenti con tre chiese e un vescovo. "In Azerbaijan i musulmani sono molto tolleranti con le altre religioni – ha sottolineato padre Fidermak – non ci sono problemi se qualcuno si converte al cristianesimo, anzi gli iraniani che diventano cattolici, e non possono rimanere nel loro Paese, vengono a vivere qui".(19 luglio 2010)