TEATRO DELLO SPIRITO
“Processo a Gesù” di Diego Fabbri a San Miniato
A trent’anni dalla morte di Diego Fabbri (1911-1980) la Fondazione Istituto dramma popolare di San Miniato dedica tutta la 64ª Festa (3-30 luglio) a questo grande autore del teatro italiano. Con una serie di manifestazioni si è ricordata questa ricchissima figura di cattolico forlivese che tanto ha dato in modo geniale non solo al teatro ma anche ad altre forme di comunicazione e di cultura.
Il momento forte di questa rievocazione che è omaggio ma anche riscoperta e ricerca di una esperienza artistica e umana non ancora totalmente compiuta, è nella messa in scena di "Processo a Gesù" (regia di Maurizio Panici).
Quest’opera teatrale di grande successo ha rappresentato qualcosa di unico sia per l’intuizione di base verificare una vicenda storica lontana e vicinissima nello stesso tempo sia per aver scelto una forma di teatro a tutto campo con il coinvolgimento del pubblico.
La presentazione alla stampa è stata preceduta, il 15 luglio, da un convegno su "Diego Fabbri e il Teatro" al quale sono intervenuti il critico Enrico Groppali e la nipote dell’autore Benedetta Fabbri.
"Processo a Gesù" andò in scena la prima volta nel marzo del 1955 a Milano; ora lo stesso testo, dopo oltre mezzo secolo, è ritornato a San Miniato nella splendida cornice della piazza del Duomo. È inevitabile porsi la domanda: a chi interessa oggi un processo a Gesù?
Gesù di Nazareth è presente, inquieta il nostro mondo di oggi? Gli uomini che hanno superato la soglia del secondo millennio sono interessati a questo personaggio?
Ad uno sguardo piuttosto istintivo ed intuitivo della realtà sembra che il mondo si stia allontanando sempre di più da Cristo e dalla comunità che a lui fa riferimento, preferendo una sorta di soggettivismo che porta a considerare ogni cosa secondo criteri governati da un pragmatismo utilitaristico che sembra escludere le problematiche tipiche del senso della vita.
Il mondo ebraico poi è assorbito dalle questioni spinose e terribili legate al territorio di Israele e dal problema di un’esistenza messa in pericolo da avversioni di carattere politico, ideologico e dal terrorismo; una situazione esplosiva che pone seri interrogativi alla politica mondiale. Sembra complicato rappresentare l’oggi del mondo ebraico con il completo serio e abbottonato con il suo bravo "kippah" sul capo, del buon ebreo Elia che dirige il processo e che parla con il pubblico interpretato da un sempre efficace, sicuro e incisivo Massimo Foschi. Si può dire tutto questo anche per il secondo atto dove l’esperienza del dramma e dell’angoscia del vivere umano prende vigorosa e irruente concretezza; l’urlo, il grido della condizione umana qui esplode con forza.
Può destare interesse oggi il "Processo a Gesù"? A questa domanda ha risposto San Miniato proponendo la pièce teatrale offrendo il testo integro dell’autore. E ha fatto bene.
L’esigenza di un adeguamento al nostro mondo attuale con la sua sensibilità e problematicità è solo un suggerimento possibile ma non indispensabile perché "Processo a Gesù" di Fabbri è in realtà un’opera senza tempo, perché nella filigrana dell’intreccio si parte da un allestimento processuale che sembra coinvolgere un mondo ebraico che s’interroga in superficie quasi per un accordo, una convenzione, ma in realtà è solo un’astrattezza che apre la porta a tutte le domande e agli interrogativi profondi della vita di ognuno. La provocazione del processo porta ad interrogarsi sulla propria vita e inevitabilmente con Gesù Cristo che interpella su una questione alla quale non si può sfuggire: c’è la possibilità di una speranza per la creatura umana?
Fabbri guida a cercare la risposta con il metodo evangelico quello che privilegia i piccoli e i poveri e la questione trova il suo fulcro nelle parole della donna delle pulizie interpretata con grande convinzione e maestria da Angiola Baggi quella che non conta nulla ma che sa parlare con riferimenti esistenziali concreti del vivere e del morire.
L’uomo è in fondo sempre lo stesso con i suoi interrogativi, con i suoi dubbi e con le sue paure. Il "Processo a Gesù" potrà interessare se lo spettatore avrà il coraggio di sfilare sul suo volto la maschera, oggi come cinquant’anni fa. Fabbri aiuta a fare proprio questo gesto che il regista Maurizio Panici ha posto in netta evidenza eludendo sì il percorso dalla sala alla scena, ma riuscendo ugualmente a ben scolpire le personalità degli spettatori coinvolti.
Per quanto riguarda la proposta sanminiatese di quest’anno, bisogna dire che si tratta prima di tutto di un riconoscimento dovuto ad un grande del teatro e della cultura. Questo "Processo a Gesù" si svolge con l’intensità opportuna suggerita dai testi e gli attori hanno saputo dare un’ottima interpretazione. Spiccano fra questi il "giudice improvvisato", dai toni caldi e convincenti, Massimo Reale, e quelle parti piene di sofferenza intellettuale interpretate nel primo atto dagli attori giovani.
L’impianto scenico è ben congegnato con una serie di quinte che permettono gli ingressi improvvisi in scena del secondo atto.
In ogni modo rifacendoci ad una delle dichiarazioni riportate dalla nipote di Diego Fabbri, Benedetta bisogna dire che l’autore dell’opera offre il primo e il secondo tempo, quelli della proposta e dello sviluppo della problematica, ma il terzo quello della soluzione tocca allo spettatore.
Bruno Cappato
direttore "La Settimana" (Adria-Rovigo)