SANTIAGO DE COMPOSTELA
Quando tradizione e web s’incontrano
Ci siamo: il 25 luglio quest’anno cade di domenica. Il 2010 è quindi di diritto anno "iacobeo", cioè dedicato al cammino di san Giacomo, il Cammino per eccellenza, quello diretto al santuario di Santiago de Compostela. Santiago è infatti l’abbreviazione di san Giacomo, l’apostolo che secondo una tradizione evangelizzò la Galizia (Spagna del nord) e che dopo il martirio in Palestina trovò sepoltura nei luoghi in cui aveva predicato. Compostela è a sua volta l’abbreviazione di Campus stellae, vale a dire "campo della stella": nell’813 l’eremita Pelayò vide delle luci fortissime, simili a quelle di stelle, sul monte Liberon. Qui, dopo accurati scavi, venne trovata una sepoltura di epoca romana, che conteneva alcuni corpi: uno di questi presentava la testa mozzata (san Giacomo era stato decapitato per ordine di Erode Agrippa nell’anno 44 della nostra era) e l’indicazione della scritta sepolcrale non lasciava dubbi: lì giaceva "Jacobus, figlio di Zebedeo e Salomè". Dall’epoca della scoperta iniziarono i pellegrinaggi. I primi, a dire il vero furono piuttosto bellicosi, perché il ritrovamento della tomba acquisiva un chiaro sapore di invito alla "reconquista", soprattutto dopo che il santuario nato sulla originaria tomba era stato distrutto dai saraceni nel 997. Non è un caso che Santiago sia stato dipinto anche come cavaliere che combatte contro i Mori.
Dopo la ricostruzione, il santuario del "Campo della Stella" divenne di anno in anno meta di pellegrinaggi lunghissimi e pericolosi, tanto che alcuni ricchi mandavano delle "controfigure" pagate al loro posto a chiedere una grazia per interposta persona. Ai giorni nostri, da maggio ad ottobre i pellegrini dotati di bastone, bisaccia e conchiglia affollano i vari percorsi, con la punta massima di 180.000 circa raggiunta nel 2004. C’è chi non resiste al fascino del medioevo cavalleresco della "reconquista" e ci va a cavallo, ci sono i ciclisti, che rappresentano il 17 per cento dei pellegrini. Ovviamente quelli che compiono il pellegrinaggio in modo tradizionale sono la maggioranza assoluta, con l’83 per cento del totale.
Si parlava di tradizione. Nel caso di Santiago, bisogna dirlo per scoraggiare i catastrofisti, la modernità dà una mano. Centinaia di siti presentano i percorsi (ce ne sono diversi, da quello primitivo, che attraversa la zona nord della Spagna, a quello "Tolosano", "Podense", "Turonense" ecc.), riportano le testimonianze dei pellegrini (che a loro volta costruiscono siti per dare una mano a chi si accinge a partire), allegano cartine, tracciano la storia, danno indicazioni logistiche. Non sostituiscono il percorso, ma lo preparano e lo sostengono, perché il solitario non si senta abbandonato a se stesso.
Come si vede, è l’uso che si fa della tecnica che compie il bene o il male. Il pellegrinaggio, grazie alla rete, è tornato in auge. Dalla fine Settecento, per quasi un secolo, esso sembrava un inutile consumo di suole, per chi poteva permettersele, e di tempo. Il mito della ragione non poteva trovare posto per un viaggio senza apparente senso. Solo con l’Ottocento romantico questo mito è tornato a fiorire con l’immagine del pellegrino senza patria, alla ricerca di sé. Ma Internet non sostituisce il viaggio. È vero che il viaggio è soprattutto interiore, però il camminare vuol dire rimettersi in discussione, sfidare le proprie ansie, il proprio egocentrismo, per aprirsi all’altro. Perché in viaggio verso Santiago non si è mai soli: il cammino è una delle più grandi occasioni di incontro con persone di tutte le età e provenienza: la maggioranza di essi è spagnola, e fin qui è normale, si gioca in casa: però poi (i dati sono del 2008) ci sono i tedeschi, 15.700, gli italiani, 10.700, i francesi, 6.600, e poi, nell’ordine, portoghesi, statunitensi, canadesi, olandesi, austriaci, inglesi e tanti altri. Come ha scritto un pellegrino: "È quando torni a casa che il pellegrinaggio ti comincia a lavorare dentro". Il solo pellegrinaggio interiore rischia di diventare egotismo, chiusura in sé: alcuni santi che vissero anni di isolamento, come Benedetto da Norcia, macinarono centinaia di chilometri a piedi alla ricerca del Luogo. È un po’ un avvertimento per tutti noi, e un grande pensatore come Gadamer lo aveva intuito: la ricerca non è finalizzata a trovare ma a cercare. L’allontanarsi dalla madrepatria dei greci era, secondo il filosofo tedesco, la più struggente testimonianza d’amore per la patria perduta, e un personaggio di Chesterton, il protagonista di "Le avventure di un uomo vivo" (1912), si allontana da casa sua per sentirne l’importanza e la nostalgia. Santiago non è che una tappa di questo unico, grande incompiuto cammino che è la nostra intera vita.
Marco Testi