KOSOVO

In attesa dell’Ue

Indipendenza: non basta la parola della Corte internazionale

La secessione unilaterale del Kosovo dalla Serbia nel 2008 non viola il diritto internazionale. Lo ha affermato il 22 luglio la Corte internazionale di giustizia dell’Aia, massimo organo giudiziario delle Nazioni Unite. “Il diritto generale internazionale non contiene proibizioni applicabili alla dichiarazione d’indipendenza”, ha detto nel pronunciamento il giudice Hisashi Owada, presidente del Tribunale. Di conseguenza, secondo la Corte, “la dichiarazione d’indipendenza del 17 febbraio 2008 non ha violato né il diritto generale internazionale, né la risoluzione 1244 del Consiglio di sicurezza, né il quadro costituzionale”. Gli Stati Uniti e la maggior parte degli altri Stati occidentali avevano riconosciuto la dichiarazione d’indipendenza del Kosovo del 2008, ma la Serbia, insieme alla Russia, membro permanente del Consiglio di sicurezza dell’Onu, l’aveva respinta e aveva richiesto il parere al riguardo del Tribunale dell’Aia. Alla base della secessione kosovara vi è il conflitto del 1998-1999 tra le forze serbe e i guerriglieri indipendentisti albanesi che ha causato circa 13 mila vittime, quasi tutti albanesi del Kosovo. Ancora oggi 1.862 persone sono considerate disperse. Nella regione vivono, per lo più separati e ostili gli uni verso gli altri, 2 milioni di albanesi e circa 120 mila serbi. Sul pronunciamento del Tribunale dell’Aia pubblichiamo un commento di Mauro Ungaro, esperto in politica balcanica.Indubbiamente il Kosovo rimane il Paese dei controsensi.I tre “no” pronunciati la scorsa settimana dal Tribunale dell’Aia rischiano di avere ben poche conseguenze pratiche sul futuro immediato del Paese balcanico ma di provocare profondi turbamenti in molte Cancellerie europee.L’Assemblea delle Nazioni Unite aveva chiesto alla Corte internazionale se la dichiarazione d’indipendenza del Kosovo avesse violato le norme del diritto internazionale generale.E i giudici non si sono limitati a rispondere che ciò non è avvenuto in quanto nessuna norma di tale diritto preclude una simile dichiarazione. Nel loro parere (peraltro consultivo, anche se di peso) hanno aggiunto, infatti, due osservazioni importanti: che la Risoluzione 1244 del 1999 delle Nazioni Unite non riservava in via esclusiva al Consiglio di sicurezza del Palazzo di vetro la decisione sul futuro del Paese e che i parlamentari kosovari hanno agito come rappresentanti eletti dal popolo e non come emanazione degli organismi previsti dalla stessa 1244.Ma tre “no” non fanno un “sì” e, quindi, la Corte si è ben guardata da affermare esplicitamente la legittimità del Kosovo.Il parere evidenzia ancora maggiormente la divisione esistente in merito all’interno dell’Unione europea: 22 sono gli Stati Ue che hanno finora riconosciuto il Governo di Pristina. All’appello mancano ancora 5 Governi: Grecia, Romania, Spagna, Slovacchia e Cipro per i quali, però, accettare l’indipendenza kosovara significherebbe avvallare le spinte autonomistiche delle realtà presenti sui loro territori. Minoranze come i catalani in Spagna, gli ungheresi di Romania, gli albanesi del nord della Grecia ma anche i turchi della parte nord di Cipro, possono ora trovare, seppur ipoteticamente, nel parere dell’Aia, un appiglio giuridico per le proprie rivendicazioni. L’indipendenza del Kosovo è, ormai, un dato di fatto: anche per la Serbia che, infatti, ha commentato la decisione dell’Aia assicurando che proseguirà la lotta per mantenere la propria integrità territoriale in modo “pacifico e diplomatico”, abbandonando così i toni bellicosi degli anni passati. E c’è da immaginare che ciò avverrà sin dal mese prossimo quando la Corte dell’Aia illustrerà le motivazioni alla base del proprio pronunciamento dinanzi l’Assemblea generale dell’Onu. E a New York la posizione pro-Kosovo di Stati Uniti, Francia e Inghilterra verrà bilanciata da quella opposta di Russia e Cina, Paesi per i quali ogni discorso di autodeterminazione da parte delle minoranze rimane ancora un’inviolabile tabù.Il gioco dei veti incrociati non ha fino ad oggi permesso di delineare uno scenario certo per il domani del Kosovo: la Risoluzione 1244 si limita a fissare il quadro del futuro prossimo e non di quello remoto della Regione. Ora più che mai, la palla passa all’Unione.Per Belgrado l’adesione all’Ue è un traguardo irrinunciabile e, d’altra parte, senza gli aiuti economici europei il Kosovo rimarrebbe solamente un nome sulle carte geografiche. Nei mesi scorsi, Bruxelles è riuscita a portare a casa un lusinghiero risultato nella disputa per i confini fra Slovenia e Croazia; oggi deve adoperarsi con altrettanta energia per dirimere la questione kosovara.