Paolo VI

Trema la voce

Un pensiero del vescovo Marcello Semeraro

Pubblichiamo il testo integrale dell’omelia pronunciata questa mattina da mons. Marcello Semeraro, vescovo di Albano, durante la Messa – celebrata nella parrocchia pontificia di Castel Gandolfo – nella Solennità della Trasfigurazione del Signore e nel XXXII anniversario della morte del Servo di Dio Paolo VI.

Questa celebrazione ha per noi un carattere davvero singolare. Che sia così, l’ho pensato domenica scorsa, mentre il Papa, prima della preghiera dell’Angelus, annunciava che "venerdì prossimo, anniversario della morte di Papa Paolo VI, celebreremo la festa della Trasfigurazione del Signore". Mi è parso, al sentire questa frase, che la figura e la memoria di Paolo VI siano divenute per tutti noi come un annuncio della festa del Signore, una specie di preconio, una sorta di campana che c’invita a lodare il Signore, a trovarci attorno alla sua Mensa, ad essere disponibili nell’accogliere la sua Parola. Paolo VI, un precursore del Signore! Come il Santo di cui ricevette il nome nel Battesimo; come i discepoli, che Gesù mandò davanti a sé, in ogni luogo dove stava per recarsi (cf. Lc 10, 1).
La festa della Trasfigurazione, peraltro, ci aiuta anche a capire che quanto, sul monte, avvenne nell’umanità di Gesù, è un annuncio di quanto avverrà per ciascuno di noi. Così è fondata per noi la speranza della trasformazione finale. In questa medesima speranza, noi vogliamo oggi ricordare il Papa Paolo VI, un autentico maestro e testimone di speranza.
Egli, una volta, abbozzò un’analisi della speranza nella psicologia moderna. Disse che l’uomo contemporaneo vive di speranza e, nella tensione di ottenere un qualche bene, ha sempre l’animo proteso verso il futuro. Al tempo stesso, però (egli osservava), l’uomo è sempre scontento di quanto possiede e, perciò, è perennemente bramoso di qualcos’altro. Quando il Papa parlava si era ancora nell’onda del ’68 e in tale contesto il Papa diceva che anche la contestazione e perfino la rivoluzione potrebbero ritenersi altrettante speranze in azione… Potrebbero! In realtà non sono che delle piccole speranze, perché la delusione nei loro riguardi fa poi cadere nella disperazione.
Fu proprio a questo punto che Paolo VI avviò una riflessione, che a me pare davvero originale e profonda. Egli, infatti, diceva che le speranze sono piccole quando piccola è la distanza fra i desideri dell’uomo e i beni che egli vuole conseguire. Quando si è uomini dalle speranze a breve termine e a corta gittata, ecco che le speranze sono piccole. Sono, cioè, "piccole speranze" quando le si vuole presto soddisfatte. E sono tali le speranze sensibili, economiche e temporali… tutte alquanto rapidamente raggiungibili. Una volta esaurite, però, lasciano stanco e vuoto il cuore dell’uomo. Sono speranze, che deludono perché non fanno grande lo spirito e non danno alla vita il suo pieno significato; al contrario, spingono il cammino della vita stessa su sentieri di discutibile progresso.
Il cristiano, al contrario, è uomo della vera speranza, che è pure una grande speranza: non a breve termine, perché è orientata all’infinito, desidera l’incontro con Dio. Come non ricordare a questo punto Agostino – il dottore del desiderio – col suo inquietum cor? Paolo VI concludeva per questo: il cristiano non conosce disperazione; egli sa, al contrario, che accanto al suo desiderio e al suo sforzo c’è sempre il Dio vicino, il Dio amico che alla speranza infonde la fiducia e la grazia di ottenerlo (cf. Udienza Generale del 27 maggio 1970).
Mettere queste riflessioni accanto a quelle tante volte sviluppate nei nostri giorni dal Papa Benedetto XVI fa emergere una coincidenza, che non stupisce affatto quando si è alla medesima scuola dell’unico Maestro; quando è presa sul serio la parola proclamata sul monte: "Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo!". C’è, anzi, un punto nel quale il magistero di questi due Papi è anche letteralmente coincidente ed è l’affermazione che la fede è speranza e speranza è l’equivalente di fede. Sono le affermazioni con cui Benedetto XVI inizia la sua enciclica sulla speranza (cf. Spe salvi, n. 2). Anche Paolo VI sottolineava che la vera speranza è fede. Per ambedue riferimento biblico sta in Ebr 11,1 dov’è scritto che "la fede è la «sostanza» delle cose che si sperano; la prova delle cose che non si vedono".
Vorrei qui rievocare almeno un brano montiniano, dove ciò emerge luminosamente e lo traggo dal Messaggio Pasquale del 1971. Ci sono qui delle frasi, che stupiscono per come scrutano il tempo e lo mettono a nudo nelle sue implicite dinamiche. Il Papa domanda: "Che cosa l’uomo prepara a se stesso e alla ventura generazione con la troppo frequente e flagrante infedeltà ai sommi principi di solidarietà, di giustizia e di pace, che, edotto dalle terribili esperienze sofferte, egli stesso ha proclamati per la presente e per la futura civiltà? Non vediamo noi nuove guerre e sintomi di altre più paurose, armamenti terrorizzanti, rivoluzioni ricorrenti, lotte sociali istituzionalizzate, contestazioni endemiche, progressiva decadenza morale, insufficiente ricorso professionale e burocratico ai surrogati dell’amore verace, oblio cieco e superbo della religione insopprimibile? La Chiesa stessa non è qua e là percorsa da correnti dottrinali e disciplinari perturbatrici, che indarno si vorrebbero attribuire al soffio autentico dello Spirito vivificante?". Il desiderio dell’uomo – la sua speranza – diviene a questo punto qualcosa di doloroso, di faticoso, d’illusorio.
In questo scenario molto preoccupante il Papa innalzava la sua parola: "Uomini amici che ci ascoltate: noi siamo in grado oggi di rivolgere a voi un messaggio di speranza… Ogni speranza si fonda sopra una certezza, sopra una verità, che nel dramma umano non può essere soltanto sperimentale e scientifica. Si fonda la vera speranza, che deve sorreggere l’intrepido cammino dell’uomo, sopra la fede. La quale appunto, nel linguaggio biblico, «è fondamento delle cose sperate» (Ebr 11,1); e nella realtà storica è l’avvenimento, è Colui, che oggi noi celebriamo: Gesù risorto! Non è sogno, non è utopia, non è mito; è realismo evangelico. E su questo realismo noi credenti fondiamo la nostra concezione della vita, della storia, della civiltà stessa terrena, che la nostra speranza trascende, ma nello stesso tempo spinge alle sue ardite e fidenti conquiste".
Chi, dunque, ha aperto il cammino della speranza è Cristo ed è proprio la fulgente realtà della sua vita risorta – anticipatamente mostrata nella Trasfigurazione – che ci dona l’anticipo della sorte della Chiesa e in essa – madre dei santi – di tutti noi. Risentiamo, allora, un’ultima parola di Paolo VI, che ci aiuta a entrare direttamente nel mistero eucaristico e al tempo stesso già ci proietta verso la solennità che qui celebreremo a giorni, con la presenza del Santo Padre: dico la festa dell’Assunta, con la quale – per dirla con Paolo VI – si va già componendo l’anagrafe di quanti sono registrati nel libro della vita.
Traggo questa parola dal Messaggio Pasquale del 1976: "Noi pure – proclamava Paolo VI – noi pure risorgeremo! Trema la voce nel proferire simile superlativa profezia; non tremi la fede, se con cuore puro e sincero noi abbiamo «fatto la Pasqua», cioè ci siamo nutriti della carne e del sangue di Cristo, ch’Egli nell’eucaristia ci offre… La risurrezione di Cristo si riflette, oggi nella speranza, domani in una metamorfica realtà".
Per descrivere, dunque, la nostra condizione futura, Paolo VI ricorse ad un termine desueto; oggi forse, perlomeno inconsueto: metamorfica realtà. Esso, però, deriva esattamente dal verbo cui i vangeli secondo Matteo e Marco ricorrono per indicare "trasfigurazione" di Gesù: metamorphoō, trasformato, trasfigurato. La "metamorfica realtà" di cui parlava Paolo VI è esattamente quel mistero della nostra condizione finale, che nella Trasfigurazione brilla anticipatamente poiché in essa ci viene fatta conoscere la sorte meravigliosa della Chiesa (cf. il Prefazio della festa e il testo di San Leone Magno, cui si ispira: "ut totum corpus Christi agnosceret quali esset commutatione donandum, et eius sibi honori membra promitterent, qui in capite praefulsisset" (Sermo 51, 3: PL 54, 310).