MEETING RIMINI
Quarta giornata: riflessione del card. Angelo Scola
"Fino a 15 anni fa circa si parlava dell’eclissi di Dio, giungendo anche ad affermare che la sfera religiosa sarebbe del tutto sparita dalla società. Oggi siamo di fronte a una grossa sorpresa: Dio è tornato". Ad anticipare, dalle colonne della rivista "Meeting Quotidiano" del 25 agosto, il tema clou della quarta giornata del meeting di Rimini, "Desiderare Dio", è stato il card. Angelo Scola, patriarca di Venezia. Tema affrontato nel suo atteso intervento tenutosi nel pomeriggio.
Domanda cruciale. Per il cardinale "oggi la domanda cruciale non è più: ‘Esiste Dio?’, ma piuttosto: ‘Come aver notizia di Dio?’". "È necessario ha affermato Scola – domandarsi prima se c’è una familiarità tra Dio e l’uomo e interrogarsi su di essa perché Dio possa essere veramente conosciuto. La convinzione che Dio si è fatto conoscere e si è reso familiare perché si è compromesso con la storia degli uomini è nel Dna della mentalità occidentale". "La possibilità di aver notizia di Dio e di narrare di Lui sta nell’ascolto di quanto Egli ha voluto liberamente comunicarci. E conviene dire subito che la comunicazione gratuita e piena del Dio Invisibile ha un nome proprio, è una persona vivente: Gesù Cristo. Per dire Dio occorre, quindi, approfondire la lingua della creatura che il Verbo incarnato ha voluto liberamente assumere. Così non solo il cristiano sarà in grado di confessarlo come il suo Signore e Dio, ma ogni uomo, anche colui che si dice non credente, lo potrà riconoscere".
Dire Dio, desiderare Dio. "La più esaltante delle esperienze umane, il desiderio di Dio", è possibile solo attraverso la Chiesa, che, ha sottolineato il porporato, "diventa condizione indispensabile per desiderare Dio, perché Essa è il luogo umano, il popolo che rende possibile la testimonianza come esperienza quotidiana". Il patriarca ha ricordato che "la Chiesa viva è sempre santa al di là dei peccati, talora terribili, del suo personale. Santa perché redenta. Questo soggetto può proporre – senza pretese egemoniche -, anche in una società plurale e complessa come la nostra, l’avvenimento di Cristo in tutte le sue implicazioni antropologiche, sociali e cosmologiche". Questo però, ha spiegato Scola, "domanda testimoni. La grammatica del narrare Dio può essere solo testimoniale. Chiede un cambiamento radicale di mentalità nella pratica e nella concezione della vita". L’esperienza del desiderio di Dio, ha proseguito, "non si può fare in solitaria né si può farla in pienezza vivendo comunità che restano di fatto riferite solo a se stesse". Questa esperienza, "si fa solo e sempre in solidale compagnia con il nostro fratello uomo che viene al nostro incontro. Qui si vede chi è il testimone. Colui che ridesta nel di lui cuore la nostalgia di desiderare Dio. Quella nostalgia che si chiama santità".
Il falso come scoop. La mattina riminese aveva visto la tavola rotonda "Al cuore dell’informazione" con la partecipazione, tra gli altri, del direttore del quotidiano "La Stampa", Mario Calabresi, e di John Waters, giornalista dell’"Irish Times". "Fare qualcosa che si avvicina al vero, non al verosimile, o, peggio, al falso" è l’ambizione di Calabresi che ha denunciato come "oggi assistiamo all’utilizzo del falso come mezzo per attirare la gente con l’idea che la ragione stia dalla parte di chi la spara più grossa. Non bisogna perdere di vista l’uomo ed è necessario uno sguardo positivo perché ci sia qualcosa di vero che copra il falso. La realtà è testarda, non è possibile per nessuno inquinarla o manipolarla per sempre, se teniamo vivo questo sguardo positivo". La scommessa "è la realtà. Andare al cuore dell’informazione significa non anteporre la critica ai fatti e lasciar parlare la realtà. Dobbiamo rimettere la realtà al centro, in questo modo non ci sono strade da cui non si può uscire". In linea con Calabresi anche Waters che ha spiegato come "il cinismo" sia l’ipotesi di partenza dell’uomo di oggi: "fatico a non avere pregiudizi, ad ascoltare con il cuore. Il mondo dei media cerca di inscatolare tutto, di dividere le cose per generi. In questo modo è chiaro che il giornalista non si impegna in prima persona ma commenta ciò che vede. Ma senza partecipazione perdiamo la nostra cultura e scivoliamo nel nulla".
Il perdono possibile. Al meeting anche la testimonianza di Margherita Coletta, vedova del brigadiere dei Carabinieri, Giuseppe Coletta, una delle 19 vittime della strage di Nasiriyah del 12 novembre 2003. In un affollato incontro, la donna ha ricordato quel giorno e detto come perdonare è possibile "se sorretti dalla fede". Margherita Coletta, subito dopo aver appreso della morte del marito, perdonò gli autori della strage: "Cristo ha raccontato – ha fatto sì che io potessi rispondere con l’amore all’odio. Senza perdono non siamo cristiani". La fede come rifugio per una donna che non ha perso solo il marito ma anche un figlio, Paolo, di sei anni per leucemia. "Dio mi ha sorretto in questi dolori, davanti a mio figlio con grossi aghi sulla schiena per la chemioterapia, davanti a mio marito che non c’è più. Le difficoltà sono tante ma io mi sento aggrappata a Cristo e alla sua Croce, unica salvezza per tutti". Nel 2005 Margherita Coletta ha fondato ad Avola l’associazione "Giuseppe e Margherita Bussate e vi sarà aperto" che aiuta le persone in difficoltà per le quali il Coletta si era impegnato prima della sua morte in Iraq. La testimonianza della Coletta è diventata un libro "Il seme di Nasiriyah Giuseppe Coletta il brigadiere dei bambini" scritto con Lucia Bellaspiga.