MEETING RIMINI

Il martirio e il silenzio

Il quinto giorno: diritti umani, libertà religiosa, persecuzione cristiani


Sono 200 milioni i cristiani in pericolo nel mondo. Quello cristiano è di gran lunga il gruppo più odiato. Si calcola che su 100 persone uccise per motivi religiosi, 75 sono di fede cristiana. La persecuzione dei cristiani oggi è portata avanti in 50 Paesi, di cui 30 sono islamici. La nazione capofila di questa triste classifica è la Corea del Nord. Questi dati sono stati forniti il 26 agosto alla platea del Meeting di Rimini, da Mario Mauro, rappresentante personale della Presidenza dell’Osce contro razzismo, xenofobia e discriminazione nei confronti dei cristiani e da padre Joaquin Alliende-Luco, presidente internazionale "Aiuto alla Chiesa che Soffre" (Acs). "I cristiani sono ostaggio di gruppi estremisti che vogliono così dimostrare di essere i più fedeli interpreti di Maometto" ha spiegato Mauro citando l’esempio dell’Iraq, dove, ha rivelato, "in città come Mosul e Kirkuk estremisti diffondono cd con le immagini di violenze e angherie subite dai cristiani allo scopo di costringerli ad emigrare, destabilizzando di fatto il Paese. Sono centinaia i sacerdoti, vescovi, religiosi e laici cristiani uccisi in Iraq". "Ciò che ci sgomenta – ha aggiunto il rappresentante dell’Osce – è certamente la violenza ma anche il relativismo delle Istituzioni che dovrebbero adoperarsi per evitarla. Ci sono voluti 10 anni agli organismi europei per parlare di persecuzione dei cristiani". Si tratta di un problema di libertà religiosa, che non è solo quella di professare un culto ma anche di convertirsi. Essa dà consistenza ad ogni altro diritto e anche per questo le Istituzioni sono chiamate a dare dei giudizi di merito profondendo sforzi per aiutare i più deboli e le minoranze".

Persecuzione di massa. Dal canto suo padre Joaquin Alliende-Luco di Acs non ha esitato a parlare di persecuzione di massa ai danni delle comunità cristiane: "Siamo di fronte ad una persecuzione di massa e non possiamo restare indifferenti a ciò che accade in Iraq e in tanti Paesi del mondo ma la persecuzione appartiene al dna della chiesa pellegrina. Sorprendente sarebbe se non ci fosse il martirio". I martiri cristiani di oggi, ha proseguito il sacerdote, "sono i figli del sangue di Stefano, di Pietro e di Paolo. Papa Giovanni Paolo II sorprese quando disse, nel Giubileo del 2000, che non si evangelizza il XXI secolo senza il sangue dei martiri del XX secolo. L’esempio del protomartire Stefano, che muore perdonando, è posto ai cristiani di ogni tempo. Il martirio cristiano è l’esatto contrario dell’attentato suicida, morire per amore opposto a suicidarsi per odio". Il sangue dei martiri inteso "come seme dei cristiani. La vittoria del cristianesimo è la forza del martirio. Quella che arriva al popolo è la Chiesa dei martiri e non dei politici e dei diplomatici che pure devono esserci e svolgono compiti utili. Il martire è il seme di società libere e giuste".

Il ricordo di un martire. "Amante della Turchia e uomo di dialogo". Così Kenan Gursoy, ambasciatore della Turchia presso la Santa Sede, ha voluto ricordare al Sir mons. Luigi Padovese, vicario apostolico di Anatolia e presidente della Conferenza episcopale turca, ucciso lo scorso 3 giugno a Iskenderun, dal suo autista, reo confesso. Nel giorno del Meeting dedicato alla libertà religiosa, l’ambasciatore non ha mancato di tratteggiare la figura del presule italiano di cui era "ottimo amico". "La nostra amicizia risale a 18 anni fa – ha detto Gursoy – l’avevo invitato alla facoltà di lettere ad Ankara sapendo che era un grande esperto e specialista di patristica. Abbiamo tenuto delle conferenze insieme, divenendo ottimi amici. Un’amicizia nata in ambito accademico e che ci ha fatto scoprire dei lati in comune, come il grande amore per la Turchia. Noi, io musulmano e lui cattolico, eravamo coscienti che l’Anatolia, questa zona della Turchia di cui lui è stato vicario, era una Terra Santa, una consapevolezza che ci univa ancora di più e sulla quale abbiamo cementato la nostra amicizia". Mons. Padovese è stato anche un uomo del dialogo, convinto dell’incontro possibile tra Islam e Cristianesimo. Incontro possibile non solo sul campo accademico ma anche su quello culturale, dell’etica, della morale, per questo si adoperò per allargare i suoi contatti". L’ambasciatore ha infine ribadito "la grande volontà" da parte delle istituzioni turche di trovare una soluzione alla richiesta da parte della Chiesa cattolica turca di vedere l’attuale chiesa-museo di san Paolo a Tarso adibita a luogo di culto. Una vicenda che aveva visto mons. Padovese in prima linea. "C’è una grande volontà di trovare una soluzione a questa vicenda – ha concluso Gursoy – il Ministero della Cultura, cui è legato il sito di Tarso, è aperto e disponibile a discutere. Situazioni analoghe riguardano anche luoghi di culto musulmani".