SARDEGNA
Una situazione sociale e politica che esige un supplemento di responsabilità
L’assemblea del Consiglio regionale della Sardegna del 27 luglio scorso ha respinto la mozione di sfiducia al presidente della Giunta, Ugo Cappellacci. La mozione era nata in relazione allo scandalo dell’eolico in Sardegna, che a vario titolo ha visto coinvolti oltre personaggi del mondo affaristico e politico nazionale anche il presidente della Giunta e vari tecnici e amministratori della cosa pubblica sarda. Questa vicenda fa seguito anche a precedenti problemi di amministratori regionali e provinciali (il precedente presidente regionale Soru sotto inchiesta, ex assessori condannati a 8 anni per corruzione, un presidente provinciale rieletto anche se condannato in prima istanza) che pongono il problema del rapporto tra politica e cittadini come uno dei più urgenti per il futuro dell’Isola, anche alla luce della necessaria riscrittura dello Statuto autonomo per dar seguito alla riforma federalista.Ritrovare l’unità. Don Francesco Mariani, sociologo, direttore di “Radio Barbagia” (Nu) sottolinea: “La Sardegna è una Regione a Statuto autonomo che ha gestito malamente la sua autonomia: oggi deve riscrivere lo Statuto, anche in previsione della riforma federalista. Ma non si riesce a fare una riscrittura dello Statuto che non escluda qualcuno, che sia frutto della creazione collettiva, che sia vera carta costituzionale dell’Isola”. Per il sacerdote “sono molte le motivazioni della disaffezione alla politica: di fronte alle gravi emergenze industriali e occupazionali abbiamo sindacati che vanno da una parte, governo da un’altra e opposizione su una strada ancora diversa. Non c’è una capacità di rapportarsi su un fronte unico: dalle emergenze per le infrastrutture al costo dell’energia, dai trasporti alle zone franche di cui si parla da almeno 50 anni, per finire allo snellimento delle pratiche burocratiche”.Etica e formazione. Secondo Corrado Zoppi, docente di tecnica e pianificazione urbanistica, “c’è un forte distacco tra la vita reale e la politica. La politica vive, per la dimensione regionale – e forse ancor di più nelle amministrazioni locali – totalmente al di fuori degli interessi dei cittadini. La popolazione sarda vive la politica come un sistema di potere che sta al di sopra della propria testa, qualcosa di eminentemente strumentale, per avere qualche scorciatoia, posti di lavoro, favori. C’è una cultura diffusa di sfiducia nella capacità della politica di incidere nella vita delle persone in termini di miglioramento della qualità e di operare per il bene comune. C’è poi una ignoranza diffusa, una difficoltà che dipende, soprattutto per le giovani generazioni, da una scuola che non forma più e in generale da una mancanza di formazione all’etica civile della gestione della cosa pubblica”. Per Zoppi, è importante la formazione, ma “con l’assenza del ruolo formativo della scuola, i giovani restano lontani dalla politica. A cavallo degli anni ’80 e ’90 del secolo scorso una forte spinta in termini formativi è giunta dalla Chiesa locale sarda per l’aumento della coscienza politica di uomini e donne di buona volontà formati cristianamente, che portassero un contributo importante alla crescita civile, sociale e politica della Sardegna” ma poi “l’impatto formativo si è rivelato meno forte di quello che poteva essere”.Politica come bene personale. “C’è una grande delusione per come è gestita la cosa pubblica – dice Cinzia Cuccus, esperta di formazione educativa giovanile – ed è un sentimento comune per i laici e per i cattolici. C’è rassegnazione davanti al fatto che certe cose non possano cambiare, la delusione è presente nei cittadini già dagli anni ’90. Da noi è chiaro il fatto della disaffezione anche al voto: se alle recenti elezioni provinciali c’è stato un crollo dei votanti è perché il cittadino è stufo. Ci si pone la domanda del perché dedicare tempo a votare se c’è un forte sentimento di sfiducia nelle istituzioni. La sfera personale conta più della sfera sociale e comunitaria. Il problema è che ognuno pensa al proprio orticello e l’idea del bene comune è solo professata, ma così per facciata. Nelle scelte concrete non lo vedi mai. Su base regionale gli interessi sono quelli di accentrare il potere politico ed amministrativo sul capoluogo, Cagliari, e non si privilegia la periferia, a scapito delle necessità dei cittadini, perché se il potere forte è accentrato tale deve restare. Il cittadino sente questa situazione sulla propria pelle. Non viene fatto crescere l’interesse che si dovrebbe avere per il bene comune, a partire proprio dagli enti locali”. a cura di Massimo Lavena(3 settembre 2010)