LOMBARDIA
Sostegno economico alle donne che rifiutano l’aborto
Un bonus di 250 euro al mese, 4.500 euro in un anno e mezzo, per le donne che rinunciano ad abortire pur vivendo in condizioni economiche difficili. La Regione Lombardia ha deciso di sostenere concretamente la maternità: lo aveva promesso Roberto Formigoni in campagna elettorale ed ecco che la Giunta ha varato un provvedimento sperimentale che va nella direzione del sostegno alla vita. Il contributo, secondo quanto spiegano dal Pirellone, consiste in un assegno mensile di 250 euro, per 18 mesi, destinato a quelle donne che rinunciano ad una interruzione della gravidanza che sarebbe stata determinata, appunto, da problemi economici. Il bonus, che raggiunge dunque i 4.500 euro in un anno e mezzo, è reso possibile da un primo stanziamento di 5 milioni di euro deciso dalla Regione, che ha versato i soldi sul Fondo Nasko, appositamente creato. Uno sforzo di certo significativo in un momento in cui la forte instabilità economica e sociale si può ripercuotere, più che in altri periodi, sulla scelta di molte donne di procrastinare o interrompere una gravidanza.Una vittoria. Commenta questa notizia come una vittoria Paola Bonzi, l’anima del Cav (Centro di aiuto alla vita) Mangiagalli, l’unico ad operare dentro un ospedale, ma soprattutto quello in cui nascono il maggior numero di bambini a Milano. “Finalmente non siamo più soli – afferma – e, dopo venticinque anni in cui abbiamo operato più o meno in solitudine, ora questo provvedimento della Regione ci fa ‘respirare’. Dal primo aprile, infatti, avevamo smesso di seguire situazioni nuove. A noi si rivolgono ogni mese una media di 80 persone a rischio aborto”. Alcune critiche sono state mosse a questo provvedimento, che, a detta dei detrattori, favorirebbe il lavoro dei Cav a discapito di quello dei Consultori. “Ma noi siamo comunque un consultorio familiare accreditato – obietta Bonzi – e poi i consultori familiari per loro natura non erogano provvidenze, mentre i Cav sì. I consultori si occupano invece di progettualità, di colloqui di verifica”. Sono pochi o molti 250 euro al mese? “Potrebbero essere pochi – riprende la presidente del Cav Mangiagalli – ma di certo il minimo indispensabile per trovare almeno da dormire. Anche perché poi dai Cav come noi possono essere donati gli alimenti di prima necessità, le cose che servono alla donna e al bambino”.Troppo lavoro per i Cav? In questo provvedimento di Giunta positivo è, secondo Giulio Boati, presidente del Cav ambrosiano, “il riconoscimento della maternità difficile e dell’importanza del lavoro del Cav” e non vede una contrapposizione con il lavoro dei consultori, quanto piuttosto un’integrazione tra le due realtà. Ma si chiede “se i Centri di aiuto alla vita non verranno gravati di un lavoro eccessivo rispetto a quanto già fanno con le proprie forze volontarie, senza ottenere nessun aiuto da parte della Regione, perché il finanziamento è previsto come un contributo diretto solo alle mamme”. Un dubbio avanzato da molti all’indomani del varo del provvedimento, che chiede ai Cav, come condizione per partecipare al progetto, di iscriversi ad un apposito registro, ma non è prevista per questi alcuna forma di aiuto concreto da parte delle istituzioni. La Giunta regionale ha giustificato il provvedimento anche con il rischio che la crisi possa aumentare la possibilità che le donne scelgano di abortire: “Noi non vediamo questo – dice Boati -, sì certo, ci sono tante richieste, ma non un’impennata come conseguenza della crisi. Sono aumentate le ragazze adolescenti, questo è l’unico dato forte che abbiamo”. I numeri del Cav ambrosiano parlano di 400 casi all’anno che vengono sostenuti anche grazie al Progetto Gemma, a cui in larga parte l’iniziativa della Regione si ispira, perché propone un sostegno per 18 mesi a mamma e bambino, tramite una donazione da parte di privati, da versare però direttamente al Cav.a cura di Francesca LozitoSchedaPer realizzare gli interventi di sostegno alle madri in difficoltà, la delibera di Giunta contiene già una serie di linee guida. Prevedono che, qualora una donna presenti la richiesta di interrompere la gravidanza, spinta soprattutto da motivazioni economiche, gli operatori del consultorio o i servizi ospedalieri che la incontreranno per gli esami pre-ricovero e per il colloquio, la mettano in contatto con il Cav (Centro di aiuto alla vita) per consentirle di conoscere e valutare le opportunità di aiuto. Il Centro le sottoporrà un ventaglio di interventi di aiuto che potrà offrirle, sia direttamente sia in raccordo con gli enti locali e le altre organizzazioni del terzo settore. Nel caso in cui la donna accetti di continuare la gravidanza, il Cav e il Consultorio familiare stenderanno un progetto personalizzato che sarà sottoscritto anche dalla futura mamma e nel quale saranno descritti i diversi interventi attivati o da attivare sia prima sia dopo la nascita del bambino. L’effettiva partecipazione della madre al progetto concordato, spiegano dalla Regione Lombardia, sarà la condizione necessaria per ottenere il contributo, che potrà essere utilizzato per acquistare beni e servizi sia per la madre sia per il bambino.(10 settembre 2010)