SETTIMANA SOCIALE
Agenda della speranza di una diocesi
"In questa particolare stagione della vita del nostro Paese, chiamato ad affrontare riforme di grande portata e fortemente bisognoso di un pensiero culturale e di una politica di ben diverso spessore", sono necessari "una rinnovata presenza" e "un più puntuale e creativo protagonismo del laicato cattolico". Ne è convinto l’arcivescovo di Firenze, mons. Giuseppe Betori, intervenuto il 17 settembre alla presentazione in città del contributo diocesano alla Settimana sociale dei cattolici in programma in ottobre a Reggio Calabria, intitolato "Cattolici nell’Italia di oggi. Un’agenda di speranza per il futuro dell’Italia, per il futuro di Firenze". Ad illustrare le 23 pagine del documento ai cattolici impegnati in ambito sociale e politico, agli amministratori pubblici, alle associazioni e ai movimenti, oltre all’arcivescovo Betori, don Giovanni Momigli, direttore dell’Ufficio diocesano di pastorale sociale, e il sociologo Luca Diotallevi, vicepresidente del Comitato nazionale per le Settimane sociali.
Osare di più. "Con il termine Agenda – ha precisato mons. Betori – non si è inteso né si intende indicare uno specifico programma politico, ma porre all’attenzione tematiche ritenute essenziali". "I cattolici – ha proseguito tanto hanno dato e tanto hanno da dare a questo nostro Paese e a questa nostra città. È però necessario che osino ancora di più, elaborando proposte e assumendo impegni e responsabilità chiare e coerenti, misurandosi con i problemi reali, riscoprendo la fatica del confronto, valorizzando l’autentica laicità cristiana, che sa incarnare i valori perenni nella mutevolezza dei problemi concreti". Richiamando la "visione grande, audace, che aiuti la città a ritrovare la sua identità", da lui stesso auspicata lo scorso 24 giugno per contrastare "l’anestesia delle coscienze" e "fare cose giuste e utili per la convivenza civile", l’arcivescovo ha spiegato che l’"Agenda di speranza per Firenze" si colloca in questa prospettiva. Il documento riassume il frutto dei seminari promossi nei mesi scorsi dall’arcidiocesi in preparazione alla Settimana sociale: una riflessione sviluppatasi in parallelo a livello nazionale e locale e che non intende esaurirsi qui. Per dare continuità a tale riflessione e "a quanto scaturirà" dalla Settimana sociale, mons. Betori annuncia l’avvio di un "laboratorio di formazione al bene comune" con la finalità di favorire percorsi "che concretamente si misurino con le questioni emergenti" e motivare "giovani e adulti ad una cittadinanza attiva e ad un rinnovato impegno" sociale, politico, educativo.
Bene comune, pluralismo, nuovo welfare. Sono questi, insieme a Terzo settore, immigrazione, spazi di incontro per i giovani, i temi dell’Agenda. Il bene comune, chiarisce il documento, non va visto solo come "un obiettivo da raggiungere" ma "come l’alveo entro il quale pensare e valutare ogni scelta", personale, familiare, legislativa e amministrativa. Il testo definisce "riduttivo e fuorviante considerare pubblico" solo ciò che "è diretta emanazione dello Stato": va considerato pubblico "tutto quanto concorre al bene pubblico, ossia al bene comune che ha come centro e fine la persona". A caratterizzare lo spazio pubblico deve essere "una visione solidale e nello stesso tempo plurale e sussidiaria". Se infatti la solidarietà è essenziale "per non scadere nel particolarismo sociale e nell’individualismo esasperato", "sussidiarietà e poliarchia sono essenziali per promuovere un ordine" nel quale entrino "istituzioni, poteri e soggetti diversi, comprese le religioni". Uno dei compiti più urgenti per il nuovo welfare, sottolinea ancora il testo, è "la ricostruzione del tessuto relazionale delle nostre comunità, fortemente compromesso". Di qui la necessità di "correggere le derive assistenzialistiche" per "adeguare e rendere più efficienti" i servizi e per promuovere politiche sociali "capaci di costruire comunità" e favorire "la crescita della responsabilità di tutti i cittadini". Centrale il ruolo della famiglia, "uno dei principali fattori di solidità del nostro vivere civile".
Terzo settore, immigrazione, giovani. Il Terzo settore, afferma quindi il documento, rappresenta "una reale risorsa per l’intera società", ma occorre "valorizzare le differenze" e le identità delle singole organizzazioni. Verso gli immigrati il testo suggerisce "accoglienza nella gradualità e nella compatibilità anche territoriale, tramite percorsi di integrazione" per "costruire una società coesa, nella legalità e nel reciproco rispetto", dicendo no a "forzate assimilazioni". Occorre evitare le "concentrazioni etniche" sul territorio, negli insediamenti e nelle scuole, "favorendo le classi miste" e proponendo "servizi specifici, come l’insegnamento della lingua italiana". Ulteriore punto la legalità, "da concepire come dato culturale prima ancora che nell’emanazione e gestione di norme e regolamenti". Attenzione particolare viene poi richiesta verso i minori, da accompagnare "sia nella scuola che nel mondo del lavoro". I luoghi di incontro per i giovani non diventino "ghetti", è l’esortazione conclusiva del testo, ma siano uno "spazio comune", un luogo "mentale ed emotivo, etico e antropologico, nel quale sia possibile l’incontro e lo scambio".