Polonia
Intervista con il primate, mons. Jozef Kowalczyk
Giovedì 16 settembre la croce di legno erta a segno di lutto dopo la sciagura aerea nella quale persero la vita il presidente polacco Lech Kaczynski e 95 personalità e alti funzionari dello Stato è stata trasferita dal sagrato del palazzo presidenziale a Varsavia alla cappella interna. Nei giorni successivi al 10 aprile (data della catastrofe di Smolensk) davanti a quella croce migliaia di polacchi hanno reso omaggio alle vittime dell’incidente chiedendo una degna commemorazione di uno dei momenti più tragici della storia nazionale. Dal mese di luglio, a seguito delle elezioni presidenziali anticipate, la situazione politica del Paese si è normalizzata, ma è proprio allora che la croce è diventata “ostaggio” della politica e simbolo dell’insoddisfazione di alcuni oppositori del partito di maggioranza, Piattaforma civica. Le preghiere pubbliche davanti alla sede del capo dello Stato, amplificate dai media, hanno indotto l’episcopato polacco a chiedere più volte ad entrambe le parti il giusto rispetto del simbolo religioso e a proporre una sua adeguata ricollocazione, malvista tuttavia da alcune frange della società civile. Verso la fine di agosto il Primate di Polonia, mons. Jozef Kowalczyk, ha acconsentito a rispondere alle domande del SIR Europa riguardanti proprio la delicata questione della croce davanti al palazzo presidenziale e la specificità del cattolicesimo polacco. La disputa attorno alla croce davanti al palazzo presidenziale di Varsavia sembra indicare una diffusa mancanza di rispetto per le autorità. Tale atteggiamento potrebbe, a suo parere, essere frutto dell’occupazione nazifascista e degli anni del comunismo?“La rivolta contro le autorità, nel senso antico dell’auctoritas, è un fenomeno molto strano della cultura moderna. Anche nel caso di Giovanni Paolo II si riscontrano dei tentativi di sminuirlo e relegarlo al passato, di sostituire il suo carisma con delle altre autorità. I lunghi anni del socialismo reale ci hanno insegnato a umiliare la dignità umana. Ne può essere l’esempio la cosiddetta promozione della donna che sostanzialmente, ai tempi del comunismo, consisteva nel mandare le donne sui trattori, vestirle in giacconi imbottiti e costringerle a costruire strade asfaltate. L’umiliazione così arrecata però era inflitta non solo alle donne ma a tutta la cultura e anche a tutto il sistema dei valori comunemente riconosciuti. Tale situazione non poteva non lasciare segno. Padre Jozef Tischner ha classificato le persone che portano quelle cicatrici come appartenenti alla specie di Homo sovieticus. Infatti, noi non possiamo rinnegare di essere stigmatizzati da quella cicatrice. Abbiamo vissuto in un’epoca quando si cercava di inculcare a tutti un modo di giudicare del potere socialista che non era quello dei valori veri. E nonostante ci fossimo opposti a quelle pratiche, esse hanno lasciato dentro di noi dei segni. Forse proprio per questa ragione ora abbiamo delle difficoltà di discernimento. Per principio però difendiamo tutto ciò che è verità e fede”. Le numerose persone che pregano sotto la croce davanti alla sede del capo dello stato affermano di volerla difendere in nome delle vittime di Smolensk e contro l’attuale presidente Bronislaw Komorowski… “Quando Giovanni Paolo II ci diceva ‘Difendete la croce’ non pensava affatto alla difesa di due pezzi di legno messi insieme e non consacrati ufficialmente, ma si riferiva alla difesa del valore salvifico della Croce, alla difesa della fede. Oggi invece alcuni con cinismo cercano di sfruttare il forte senso del sacrum dei polacchi, e usano la croce come ostaggio per promuovere delle forze politiche per mezzo di un ricatto. Non è quindi una difesa della croce ma la sua profanazione. Possiamo solo rammaricarci che quel segno così importante sia per i cattolici che per i nostri fratelli ortodossi e protestanti diventi strumento di scambi politici, e che serve a vari gruppi per ottenere i propri scopi terreni”. Il cattolicesimo polacco ha delle caratteristiche particolari che lo rendono diverso dalla religiosità di altri popoli. Come lo spiegherebbe?“Per capire il cattolicesimo polacco bisogna considerare la storia del nostro Paese. Dal 1775 la Polonia per 123 anni svanì dalla carta d’Europa. Quando le potenze straniere annullarono lo Stato polacco fu proprio la Chiesa a diventare la patria di tutti. Fu la Chiesa a conservare l’identità e il patrimonio culturale di tutta la nazione. I polacchi acquisirono allora la consapevolezza che la Chiesa esiste non solo nella sua dimensione religiosa e di preghiera ma anche come simbolo dello Stato, nella sua dimensione spirituale e non quella territoriale. Così fu anche durante la Seconda guerra mondiale e il regime comunista. Ai tempi di Solidarnosc è stata proprio la Chiesa a chiedere libertà religiosa, rispetto dell’uomo, diritti dei lavoratori e giustizia sociale, che sono valori riconosciuti dal magistero. Per capire il cattolicesimo polacco e il perché di un così forte radicamento del deposito della fede nei cuori dei polacchi bisogna quindi tenere presente proprio quella realtà al contempo storica e spirituale che ha fatto del cattolicesimo la forza unificatrice e mobilizzante della nazione”.