OTTOBRE MISSIONARIO

Per uno scambio di doni

Da ogni diocesi almeno un “inviato” in altre Chiese

“Che almeno ogni diocesi sia in grado di inviare o un sacerdote, o dei laici, ad un’altra Chiesa sorella. Perché è una ricchezza impagabile e dai risultati imprevedibili”. È il “sogno” di don Maurizio Cuccolo, direttore della Fondazione Cum (Centro unitario missionario) di Verona, per l’Ottobre missionario. Secondo il direttore, “le nostre diocesi devono tenere aperta l’attenzione alla missio ad gentes, investendo in termini di relazioni con le altre diocesi, perché questo ci aiuta a recuperare la forza missionaria, che è il cuore della Chiesa”. Lo abbiamo intervistato.

“La chiamata alla missione non è rivolta esclusivamente a un gruppo selezionato di membri della Chiesa, ma un imperativo rivolto a tutti i battezzati, un elemento essenziale della loro vocazione”. Lo ha ricordato il Papa ai vescovi brasiliani: come risuona questo ammonimento nell’Ottobre missionario?
“Uno dei guadagni più belli del nostro tempo è che la Chiesa, piano piano, ha preso sempre più coscienza della sua natura missionaria, del fatto cioè che – come ci ricorda il Papa – essere discepoli di Gesù non è altro che essere missionari di Gesù. Nel recente congresso missionario nazionale dell’America Latina, ad esempio, è stata utilizzata l’espressione ‘discepolo missionario’, per indicare l’opera a tutto campo del credente – di ogni credente – nel mondo”.

Si apre quest’anno il decennio pastorale dedicato dalla Chiesa italiana all’educazione: quale l’impegno del Cum, a partire dalla sua consolidata tradizione in questo campo?
“La scelta della Chiesa italiana di dedicare questo decennio all’educazione comporta per il Cum l’entrare con la propria sensibilità in queste tematiche, a partire dalla presa di coscienza che il nostro tempo esige una figura di missionario, di sacerdote, di discepolo, di cristiano differente: ci vogliono persone che sappiano affrontare la sfida di una Chiesa dal volto più universale, più cattolico, e che richiede perciò una maggiore capacità di dialogo con le altre religioni, con le altre culture, e anche con le altre Confessioni cristiane. Se prima l’ecumenismo poteva sembrarci un po’ distante, ora è nostro ‘vicino di casa’: per questo diventa necessario affinare alcune capacità, esporre la propria persona ad essere attenta ad alcuni valori, mostrarsi capaci di entrare in un circuito virtuoso di arricchimento reciproco”.

Il Cum svolge attività di formazione sia per i preti italiani inviati in missione, sia per i preti missionari che vengono in Italia da altri Paesi. Quali esigenze per una “formazione personalizzata”?
“In base alla mia esperienza, posso dire che esistono alcuni punti essenziali di cui tener conto nella formazione, sia per coloro che partono dall’Italia, sia per coloro che vengono nel nostro Paese dalle altre Chiese. In primo luogo, bisogna educarsi alla flessibilità: lasciarsi, cioè, ‘formare’ dalla realtà, dalle situazioni e dai contesti che di volta in volta si affrontano, e non pretendere che la realtà venga ‘modellata’ dalle nostre categorie. Tutto ciò richiede attenzione, discrezione, prudenza nel giudicare la realtà, le altre culture o esperienze, rifuggendo da giudizi poco attenti o stereotipati. In secondo luogo, occorre formare alla ‘profondità’, vale a dire alla responsabilità oggettiva di una conoscenza della tradizione, della lingua del Paese in cui ci si trova ad operare: partendo da un’attenzione responsabile alla persona e al suo contesto culturale, bisogna avere la pazienza di conoscere i dinamismi delle varie culture o situazioni sociali, evitando così il rischio di restare in superficie”.

Sono sempre di più i laici che partono per le terre di missione: come cambia il volto della “missio ad gentes”?
“Innanzitutto, occorre precisare che il fatto di dire che ci sono più laici in missione non significa che abbiamo trovato il ‘sostituto’ del prete. Esiste, infatti, una ‘bellezza’ in termini di testimonianza, di condivisione evangelica con la Chiesa locale, che solo il fedele laico – in coppia o no – può dare. Quando si va in terre di missione, lo si percepisce subito: la gente del luogo, in qualche modo, dà per scontato che ci sia un prete missionario, mentre si sorprende positivamente – e dimostra di apprezzare molto – se la scelta della missione viene fatta da un laico. In passato, nell’attività missionaria, mancava la connotazione laicale del popolo di Dio: oggi si è fatta strada la convinzione che siamo tutti attori e protagonisti della missione, e che – oltre al ruolo del sacerdote – esiste uno ‘stile’ missionario laicale fatto di competenza, attenzione, testimonianza di vita familiare e coniugale”.


Scheda

La Fondazione Cum, Centro unitario missionario, è un organismo della Cei che si cura della formazione dei missionari italiani, anche laici. Cura in modo particolare i sacerdoti fidei donum italiani all’estero impegnati in scambi e cooperazione tra le Chiese e i fidei donum stranieri in Italia inseriti in servizi pastorali. Tra gli obiettivi, “sostenere anche in forma residenziale la formazione spirituale, morale e culturale di coloro che sono inviati in missione, sia prima della partenza che durante il servizio all’estero e al loro rientro e reinserimento; la formazione di una coscienza missionaria agli operatori diocesani; l’accoglienza degli operatori pastorali e sociali, immigrati in Italia e che prestano la loro opera sia nelle strutture ecclesiastiche sia in quelle civili, la loro introduzione alla conoscenza della realtà italiana, nonché la tutela dei loro diritti civili”.